Grazie Roma

di Antonello Venditti · 1983

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Al termine di ogni partita ufficiale che la Roma vince all'Olimpico, gli altoparlanti dello stadio mandano Grazie Roma, ed è lì che la canzone vive ancora adesso: gente che non si conosce esce cantando le stesse parole, prima di disperdersi per i quartieri. Fa da sé quello che il testo racconta, e lo rifà ogni volta.

E ha un compleanno preciso. Venditti la registrò l'8 marzo 1983, il giorno in cui compiva trentaquattro anni, quando lo scudetto non era ancora vinto. A me piace pensarla così: un regalo che si è fatto da solo e che ha lasciato alla sua città, che da allora glielo restituisce a ogni vittoria. Sul lato B di quel 45 giri c'era una versione dal vivo di Roma capoccia, l'altra sua dichiarazione d'amore alla città.

Ettore · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • 15 maggio 1983
    Il 15 maggio 1983, una settimana dopo lo scudetto della Roma deciso dall'1-1 di Genova, Venditti la cantò al Circo Massimo nel concerto da cui nacque il suo primo album dal vivo, Circo Massimo. Nel 2001, per il terzo scudetto, tornò a cantarla al Circo Massimo, in un concerto gratuito.
    Fonte: it.wikipedia.org
Per anni si è pensato che fosse la canzone dello scudetto del 1983, scritta per festeggiare, e per molti lo è rimasta. Poi si scopre che Venditti la compose a novembre del 1982, quando non c'era ancora niente da festeggiare, in una casa nuova dove era appena entrato, come scrive lui, "staccando il primo passo fuori dal pantano". Guardava i tetti della sua città dopo anni bui. Questo cambia tutto: Grazie Roma è un grazie detto in anticipo, prima di aver ricevuto qualcosa. Più che una festa, è un atto di fede.

Infatti la canzone non comincia ringraziando, comincia facendo una domanda:
Dimmi cos'è
Che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani
"Dimmi cos'è" torna strofa dopo strofa, finché nell'ultima diventa "Dimmi chi è", e nessuno risponde. L'unica risposta è un nome, "Roma", che vale per la città e per la squadra, e Venditti non ha mai voluto separarle: le ha definite "inscindibili". Ognuno ci mette la sua. Chi va allo stadio ci sente la domenica, chi non ha mai visto una partita ci sente il quartiere, la famiglia, la strada di casa.

C'è una cosa che a me sembra rarissima. In una canzone che da più di quarant'anni si canta su una curva non c'è un pallone, non c'è un colore, non c'è un avversario. Nessuno da battere, nessuno da prendere in giro. Molti cori da stadio vivono contro qualcuno; questo ha bisogno solo di gente che si abbraccia, e il resto lo lascia a chi ascolta.

Poi, nell'ultima parte, succede qualcosa. Fino a lì la canzone dice "ci", noi, in italiano: è la folla. All'improvviso passa al romanesco e al "me", alla prima persona, e la voce si fa piccola. Venditti ha spiegato che la prima parte è in italiano e che poi, nel romanesco, è come se si riprendesse il suo tesoro e cantasse solo per i romani. Io ci sento anche un'altra cosa: in mezzo alla folla spunta un uomo solo, quello del pantano.
Che me fa campà 'sta vita così piena de problemi
"Che mi fa campare questa vita così piena di problemi". Non è la frase di un vincitore. È quella di uno che si tiene in piedi a fatica, e che alla sua città chiede soltanto di aiutarlo a tirare avanti. Per questo il ritornello può promettere "Una persona nuova" senza sembrare retorico: è una rinascita, non una vittoria. Venditti ha scritto che, mentre la componeva, scoprì che si può piangere di gioia: è lo stesso pianto del ritornello.

Nello stesso racconto aggiunge una frase che mi è rimasta in mente: se potesse scegliere, la suonerebbe lentissima. È strano pensarlo, perché da quarant'anni la sentiamo gridata da migliaia di voci. Ma provate, una volta, a riascoltarla da soli e piano: viene fuori la canzone di un uomo che ringrazia la sua città per averlo rimesso in piedi. La festa è arrivata dopo; il grazie c'era già.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Foto: Io, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Frasi commentate e traduzione

Le frasi più importanti, con la traduzione in italiano e il commento della redazione e dei lettori.

  1. Che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo
    da Grazie Roma, Antonello Venditti

    È la prima domanda della canzone, e secondo me la più precisa. Non parla di amici veri, di quelli con cui si è cresciuti: parla di sconosciuti che per un momento si sentono vicini. È l'esperienza di chi si è trovato...

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  2. Che me fa sentì 'mportante anche se nun conto niente
    da Grazie Roma, Antonello Venditti

    TraduzioneChe mi fa sentire importante anche se non conto niente

    Qui la canzone passa al romanesco: "me fa sentì" è "mi fa sentire", "'mportante" è "importante" con la vocale iniziale mangiata, come si parla per strada, e "nun conto niente" è "non conto niente". È il verso di una...

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  3. Che me fa re quando sento le campane
    da Grazie Roma, Antonello Venditti

    TraduzioneChe mi fa sentire un re quando sento le campane

    "Che me fa re" vuol dire "che mi fa sentire un re". Il verso continua con "la domenica mattina", e a Roma la domenica mattina le campane sono quelle delle chiese, che suonano sopra i tetti. Io ci sento la domenica...

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  4. E che me da coraggio se tu non me voi bene
    da Grazie Roma, Antonello Venditti

    TraduzioneE che mi dà coraggio se tu non mi vuoi bene

    "Me da" è "mi dà", "non me voi bene" è "non mi vuoi bene". Ma chi è quel "tu"? Fino a qui la canzone parlava a Roma, e all'improvviso spunta un'altra persona, qualcuno che non ricambia. Per me è il verso più umano di...

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