Roma capoccia

di Antonello Venditti · 1972

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Il 18 giugno 2022, cinquant'anni dopo Theorius Campus, Venditti e De Gregori sono tornati insieme sul palco dello Stadio Olimpico, e quella sera De Gregori le ha dato il titolo di "più bella canzone mai scritta per Roma". Detto dall'altro ragazzo del Folkstudio, quello che divideva con Venditti il primo disco, è un complimento che pesa. Nell'album dal vivo Il concerto, uscito nel dicembre 2023 dal tour che ne è nato, Roma capoccia è l'ultima traccia, dopo Sotto il segno dei pesci e Notte prima degli esami.

Io credo che resista perché per cantarla non bisogna essere romani: basta avere una città da cui si è partiti, o una in cui si è rimasti senza guardarla più, per sentire che parla anche di quella. Ognuno ci mette la sua.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • Uscì nel 1972 come lato B del 45 giri Ciao uomo, tratto da Theorius Campus, il disco d'esordio che Venditti condivise con Francesco De Gregori. Fu però Roma capoccia la canzone che si impose, tanto che nel 1974 l'album venne ristampato con il suo titolo e una copertina rossa con i due cantautori e Roma sullo sfondo.
    Fonte: it.wikipedia.org
La parola su cui inciampo ogni volta è "stamattina". Arriva nell'ultima strofa, quando la canzone ha già cantato Roma di sera, sotto la pioggia e al tramonto:
io ce so' nato, Roma,
io t'ho scoperta stamattina
"Ce so' nato" è il romanesco di "ci sono nato". Il paradosso sta tutto qui: chi parla non è un turista, a Roma ci è venuto al mondo, eppure dice di averla scoperta solo oggi. Io lo leggo come la dichiarazione d'amore di chi ha dovuto imparare a vedere la propria città. Non c'è niente di più difficile, perché quello che si ha sotto gli occhi da sempre smette presto di essere guardato.

Con questa idea in testa ci si accorge che il testo va all'indietro. Comincia "quann'è sera" (quando è sera), con la luna che "se specchia" nel fontanone (quasi certamente quello del Gianicolo, come i romani chiamano la fontana dell'Acqua Paola) e le coppiette che se ne vanno; poi torna al tramonto, e alla fine approda al mattino. L'orologio della canzone gira al contrario, dalla notte verso l'alba, ed è per questo che il ritornello può dire senza esagerare che "er tempo se sia fermato qui". Secondo me il tempo non si ferma soltanto: ricomincia, come succede quando si vede una cosa per la prima volta.

Mentre la riascoltavo mi è tornato in mente Goethe, che arrivò a Roma nel 1786 e nel Viaggio in Italia scrisse di contare un secondo compleanno, una vera rinascita, dal giorno in cui ci era entrato. Lo straniero rinasce quando scopre Roma; il romano di Venditti fa il cammino inverso, ci è nato e la scopre dopo. Non a caso nella stessa strofa passa "'Na carrozzella" con "du' stranieri", una carrozza a cavallo con due forestieri: il ragazzo li vede passare e per un momento guarda la sua città con gli occhi di chi viene da fuori. Venditti l'aveva scritta a quattordici anni, e a me sembra di sentirlo: è lo stupore di chi comincia a girare la città da solo.

Anche Roma, del resto, guarda. È l'immagine che amo di più:
e le finestre so' tanti occhi,
"So'" sta per "sono", e subito dopo quegli occhi "te sembrano dì", cioè sembrano dirti, quanto è bella. Le finestre accese al tramonto sono le case degli altri, ed è la città stessa a farsi i complimenti, con le sue facciate, come la luna che si specchia nell'acqua.

Dove la canzone mi convince meno è il ritornello. Il Colosseo e il "cuppolone", la cupola di San Pietro, sono le cartoline che chiunque metterebbe in una canzone su Roma, e dopo strofe così precise hanno un po' l'aria del souvenir. Poi però arriva "e so' più vivo e so' più bono" (sono più vivo e più buono), e la cartolina diventa un effetto su chi guarda: i monumenti non sono lì per essere ammirati, servono a renderlo migliore.

Mi resta una domanda. Se uno ci è nato e l'ha scoperta solo stamattina, domattina dovrà riscoprirla? Forse "nun te lasso mai", non ti lascio mai, è proprio questa promessa: tornare a guardarla ogni giorno come la prima volta, sapendo che non sempre ci si riesce.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Foto: Io, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Frasi commentate e traduzione

Le frasi più importanti, con la traduzione in italiano e il commento della redazione e dei lettori.

  1. quanto sei bella Roma quanno piove
    da Roma capoccia, Antonello Venditti

    Traduzionequanto sei bella Roma quando piove

    "Quanno" è il romanesco di "quando". Dopo la sera, la luna e le coppiette ci si aspetterebbe un'altra cartolina, e invece arriva la pioggia, che nelle canzoni sulle città di solito è il momento della malinconia o del...

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  2. Vedo la maestà der Colosseo,
    vedo la santità der cuppolone,
    da Roma capoccia, Antonello Venditti

    TraduzioneVedo la maestà del Colosseo, vedo la santità del cupolone (la cupola di San Pietro),

    "Der" è "del", e il "cuppolone" è la cupola di San Pietro, che il Treccani registra come simbolo della città stessa ("essere nato sotto il cupolone"). Le due parole che contano però sono "maestà" e "santità": sono...

    Leggi la nota
  3. Roma capoccia der monno infame
    da Roma capoccia, Antonello Venditti

    TraduzioneRoma, testa del mondo infame

    "Capoccia" in romanesco è la testa, e per estensione il capo, chi comanda: il Treccani registra tutti e due i sensi. Io ci sento il vecchio motto latino di Roma, "caput mundi", capo del mondo, tradotto nella lingua...

    Leggi la nota
  4. li passeracci so' usignoli
    da Roma capoccia, Antonello Venditti

    Traduzionei passeracci sono usignoli

    "Passeracci" è il peggiorativo di passeri: non uccellini graziosi, ma i passeri spelacchiati e rumorosi che stanno su ogni cornicione. "So'" sta per "sono". In un verso solo c'è tutto l'effetto dell'innamoramento: le...

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