Se me lo dicevi prima

di Enzo Jannacci

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Il nuovo disco di Paolo Jannacci, Scimmie ovunque, comprende una dedica al padre Enzo. Nella sua intervista al Fatto Quotidiano, Paolo torna anche sul rapporto con Gaber e sulla voglia degli artisti più anziani di ascoltare chi arriva dopo. Mi sembra un buon invito a rimettere sul piatto questa canzone: non per custodirla in una teca di famiglia, ma per ascoltarla accanto alle voci di oggi.

Il legame che mi interessa è la critica sociale che passa attraverso il sorriso, presente anche nella descrizione del nuovo disco. Tornare a Enzo da questa porta permette di sentire una continuità di domande, senza chiedere al figlio di essere una copia del padre.

Ettore · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • Se me lo dicevi prima vinse la Targa Tenco 1989 per la migliore canzone, assegnata a Enzo Jannacci e Maurizio Bassi. Jannacci l'aveva presentata lo stesso anno al Festival di Sanremo, la sua prima partecipazione: si classificò diciassettesima tra i Campioni e fu seconda al Premio della Critica.
    Fonte: clubtenco.it
  • Al Festival di Sanremo 2020, nella serata delle cover, Paolo Jannacci, figlio di Enzo, ripropose Se me lo dicevi prima con Francesco Mandelli e Daniele Moretto.
    Fonte: eurovisionworld.com
C'è una frase che in Italia abbiamo sentito tutti almeno una volta, davanti a uno sportello o al telefono con un ufficio: se me lo dicevi prima. Arriva quasi sempre con un sorriso dispiaciuto, e chiude il discorso. Enzo Jannacci l'ha presa e ci ha costruito sopra una canzone sulla droga, cioè nel posto dove quella frase fa più male.

La prima metà sembra una scenetta da cabaret. Da una parte c'è un ragazzo che chiede aiuto, dall'altra uno che gli risponde con le parole dell'efficienza: i contatti, la telefonata, il leasing, il charter. Ogni tanto il ragazzo prova a riportare il discorso al punto:
Ma io ho bisogno adesso, sto male adesso
E l'altro, imperterrito, gli chiede quanto è alto. Uno e novanta. Non vai bene. La porta si chiude per una misura, come succede a chi si sente dire che gli manca un requisito proprio nel giorno in cui avrebbe bisogno di tutto. Jannacci era un medico, e di quei ragazzi ha detto: ne ho visti tanti stare male, e nessuno che li ascoltava.

Jannacci raccontò che un signore gli aveva fatto i complimenti per "quella sua canzone comica" sentita alla radio. A me questo equivoco fa riascoltare la scenetta con disagio. Qui il comico è la voce di chi non aiuta, non quella di chi sta male. Non penso che ridere significhi approvare l'indifferenza: penso che fermarsi alla battuta impedisca di sentire la richiesta d'aiuto.

Poi la musica cambia, e cambia anche chi parla. Non c'è più l'ufficio: c'è qualcuno che vuole bene al ragazzo e gli fa un elenco di cose belle. Non sono cose grandi.
Quando ride un figlio
Quando parla Gaber
Il bagno finalmente silenzioso, un figlio che ride, il vecchio compagno dei Due Corsari che parla, il Milan che vince. A me questo elenco commuove proprio perché è così piccolo. Jannacci non promette al ragazzo una vita splendida in cambio della rinuncia: gli promette la vita normale, quella che sembrava noiosa, e che vista da dentro il tunnel diventa un premio.

In mezzo c'è la strofa più amara, quella che tanti ricordano: alla gente che hai intorno, di te e degli altri, non importa niente. Detta così sembra una sentenza. Io la sento come un consiglio da medico di famiglia, uno di quelli che non indorano la pillola: non aspettare che ti salvi il mondo, perché il mondo è quello che ti ha appena risposto se me lo dicevi prima.

Jannacci ha raccontato che dopo quel Sanremo diversi ragazzi si rivolsero a lui, al medico, perché la canzone li aveva spinti a provare a uscirne, e che ne tirò fuori settanta. Ma aggiunse che doveva esserci: per aiutare qualcuno in certe crisi bisogna stare lì con lui, parlare, ascoltare. Ecco la risposta vera al titolo. Il prima non esiste, esiste l'adesso, e qualcuno che c'è.

Oggi, a riascoltarla, la droga resta sullo sfondo e viene avanti la frase. Ce la dicono in mille modi, e qualche volta la diciamo noi. La canzone non ci chiede di sentirci buoni: ci chiede soltanto da che parte dello sportello vogliamo stare.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

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  1. E allora sputa su chi ti eroina
    da Se me lo dicevi prima, Enzo Jannacci

    A me colpisce questo verbo ricavato da eroina e usato come un verbo transitivo. Non dice chi ti vende l'eroina, dice chi ti eroina, come si dice chi ti inganna o chi ti rovina. In una parola sola la colpa passa da chi...

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  2. Perché iniettarsi morte
    È ormai anche fuori moda
    da Se me lo dicevi prima, Enzo Jannacci

    Io sento qui il tentativo di evitare la predica. Jannacci affianca alla morte un argomento apparentemente più leggero, la moda: ciò che si porta e non si porta più. Un argomento che sembra frivolo e invece colpisce...

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  3. Cioè ho capito che quando uno sta male deve arrangiarsi da solo
    da Se me lo dicevi prima, Enzo Jannacci

    È la conclusione che il ragazzo tira da tutto il dialogo con l'ufficio, e Jannacci gliela fa dire con quel cioè da ragazzo che rimette in ordine i pensieri. Per me è il punto più pericoloso della canzone, più...

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  4. Che è ancora lì vicino e non ci credi ancora
    da Se me lo dicevi prima, Enzo Jannacci

    Tunnel è la parola che usava anche Jannacci quando raccontava dei ragazzi che gli chiedevano aiuto per uscire dalla droga. Qui però il tunnel non è alle spalle, lontano: è ancora lì vicino, lo vedi voltandoti. Io lo...

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