La razza in estinzione

di Gaber

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Io la rimetterei in ascolto dopo una discussione online finita male, quando ciascuno ha già trovato la categoria in cui chiudere l'altro. Non per cercarci una battuta da rilanciare: per provare a restare cinque minuti accanto a una voce che irrita anche quando le diamo ragione. Ascoltarla senza estrarne lo slogan più comodo è un esercizio abbastanza raro da valere ancora la pena.

Si può fare una prova semplice: arrivare fino in fondo prima di decidere quale frase condividere. Poi tornare al punto che ci aveva convinti e chiedersi se suona ancora uguale. A me interessa questo uso della canzone: non una bandiera da aggiungere alla discussione, ma una pausa che ne rallenti il passo.

Dante · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • La razza in estinzione vinse la Targa Tenco 2001 per la migliore canzone, assegnata dall'albo d'oro del Club Tenco a Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Secondo l'ANSA del 2 ottobre 2001, le Targhe di quell'anno furono decise con un referendum tra una settantina di critici specializzati, e la consegna era prevista al teatro Ariston di Sanremo dal 25 al 27 ottobre.
    Fonte: clubtenco.it
  • Il titolo dell'album che contiene la canzone, La mia generazione ha perso, è un verso di La razza in estinzione. Nel referendum del Tenco 2001 anche l'album fu votato: l'ANSA lo indica al terzo posto tra i migliori dischi, dopo Amore nel pomeriggio di Francesco De Gregori e Canzoni a manovella di Vinicio Capossela, premiati ex aequo.
    Fonte: giorgiogaber.archivio.com
Tutto, per me, si gioca su una parola pesante: "razza". Gaber e Luporini la mettono nel titolo con il peso che si porta dietro. Ma io qui non la sento nel senso del sangue: la accosto al linguaggio dei documentari sugli animali, alle specie che scompaiono. Non è una classificazione scientifica, è l'immagine di qualcuno che non trova più i propri simili. Ed è seguendo questa parola, strofa dopo strofa, che la canzone mi sembra cambiare faccia.

La prima volta che compare non riguarda chi canta. Riguarda gli altri:
Fra tutti gli assuefatti della nuova razza
"Assuefatti" è una parola che sa di farmacia: l'assuefazione è l'abitudine a una sostanza che non fa più effetto. La nuova razza, allora, non è fatta di cattivi ma di anestetizzati, gente a cui niente fa più abbastanza male da arrabbiarsi. In questo punto la parola serve ad accusare: di qua chi si indigna, di là chi si è abituato.

Pochi versi dopo, la stessa parola si gira e punta verso l'interno. Il ritornello comincia con "Ma forse sono io": una congiunzione che frena e un dubbio. Il personaggio che ha appena messo in fila tutto ciò che non sopporta, dalle cene in compagnia ai professionisti del sociale, si chiede se il problema non sia lui. Per me questo è il cuore del teatro canzone di Gaber e Luporini: l'io che parla non è un predicatore, è un personaggio, e la canzone lo lascia sbagliare davanti a noi. Le sue antipatie colpiscono tutti, giovani e moralisti, perfino chi, ammette lui stesso, ha tutte le ragioni: è il ritratto di un uomo che non riesce più ad appartenere a niente.

Poi c'è un'altra parola della stessa famiglia, meno vistosa:
Una specie di massa
Senza più un individuo
"Una specie di" sembra un modo di dire, ma sta accanto a "razza" e a "estinzione", e non credo sia un caso. Il futuro che il personaggio immagina è una pagina di zoologia: una popolazione senza esemplari distinti. Lui, l'individuo, è l'animale che sparisce.

Il colpo di scena arriva alla fine. L'ultima strofa è la più feroce: il mercato globale, lo Stato allo sfascio, la Chiesa che il personaggio vorrebbe veder sprofondare. E subito dopo, al posto del solito "ma forse", arriva questo:
Ma questa è un'astrazione
È un'idea di chi appartiene
Io lo leggo come un'autodiagnosi. La rabbia più grande viene ritirata nel momento stesso in cui viene detta, e non per prudenza: il personaggio riconosce che desiderare la fine di tutto è proprio il sintomo della sua estinzione. Chi non ha più presa sul mondo può solo immaginarne il crollo, in astratto. Il "forse" dei ritornelli precedenti qui sparisce: non è più un dubbio, è una constatazione.

Non sono sicuro che Gaber volesse lasciarci soltanto amarezza. Mi pare piuttosto che la canzone accusi e si accusi nello stesso gesto, e che la sconfitta della sua generazione, dichiarata due volte, sia più un referto che un lamento. Ogni volta che la riascolto ci trovo un invito a non scegliere troppo in fretta da che parte stare: tra l'abitudine degli assuefatti e la rabbia astratta dell'ultimo esemplare, la canzone lascia aperto uno spazio che non nomina. È quello di chi si arrabbia ancora, ma senza smettere di guardarsi allo specchio.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

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