Quel mazzolin di fiori

di Tradizione popolare e Coro della SAT

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Un verso spiegato, ogni sera

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Quest'anno il coro che la incise per la RCA già nel 1961 compie cento anni. Il Coro della SAT debuttò a Trento il 25 maggio 1926, e cento anni dopo, lo stesso giorno, il Santa Chiara di Trento aveva in cartellone il concerto per i cento anni dei cori SOSAT e SAT; a febbraio era in programma un suo concerto a Tesero per i Giochi olimpici invernali. A ottobre, su Lo Scarpone, il direttore Mauro Pedrotti ha riassunto il metodo con una frase di Renato Dionisi: "togliere piuttosto che aggiungere".

È il motivo per cui la rimetto: in un tempo di arrangiamenti carichi, una delusione d'amore affidata alle sole voci di un coro maschile suona più moderna di quanto sembri. Chi ha ascoltato Ta-pum ritrova lo stesso coro dalla parte opposta della vita: qui nessuno muore, una ragazza aspetta.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • In Un anno sull'Altipiano, pubblicato a Parigi nel 1938, Emilio Lussu, ufficiale della Brigata Sassari, racconta la sua compagnia in marcia dal Carso verso la montagna: il capo-coro intonava "Quel mazzolin di fiori", la compagnia rispondeva "che vien dalla montagna" e il canto, scrive, animava i soldati affaticati.
    Fonte: it.wikipedia.org
Di tutta la canzone, il verso che mi resta addosso è una raccomandazione pratica, quasi da corriere: che i fiori non si bagnino. Qualcuno li porta giù dalla montagna, e chi canta si raccomanda come si fa con un pacco fragile. È il primo segno che questa ragazza ha già deciso tutto: il regalo, la sera, la faccia che farà il suo moretto quando lo riceverà.
e bada ben che nol se bagna, ché lo voglio regalar
Poi, una strofa dopo l'altra, l'intenzione cambia segno. Stessa sera, stesso ragazzo, ma adesso lei annuncia che gli farà il muso: il sabato prima lui non è venuto. Mi piace che la canzone non mostri mai la consegna dei fiori. Non sappiamo se lei li darà, se li butterà, se se li terrà in mano tutta la sera. Il mazzolino resta lì, asciutto e inutile, come certi regali comprati per una persona che nel frattempo è cambiata.

C'è un dettaglio che si sente meglio a voce alta. Il canto mescola italiano e dialetto fin dal primo verso, ma il dialetto si fa più fitto proprio dove arriva la ferita, "vegnù", "l'è andà", "mi son", come se il dolore la riportasse in cucina. Poi, nelle strofe che la tradizione aggiunge e che il Coro della SAT in questa incisione non canta, lei pensa a cosa diranno le genti, e la lingua torna quasi tutta italiana: la lingua di fuori, quella del paese che giudica. Io la leggo così: il dialetto è la lingua del torto, l'italiano quella della vergogna. Per dire che è stata lasciata non le serve nessun registro alto.
Non l'è vegnù da me, l'è andà dalla Rosina
E poi c'è la parola che porta la spiegazione, e che a me sembra la più dura del canto: poverina. Lei non dice che Rosina è più bella. Dice che lui l'ha lasciata perché lei è povera. Forse è soltanto il lamento di una ragazza ferita, forse è un conto vero, di quelli che nei paesi si facevano sulla dote. Il canto non lo chiarisce, e fa bene: lascia che il sospetto pesi quanto un fatto.
Perché mi son poverina, mi fa pianger e sospirar

Una voce di ragazza in bocca ai soldati
Quello che non smette di stupirmi è chi l'ha resa famosa. Nella Grande Guerra fu il canto più cantato dagli alpini, e non parla di guerra. Migliaia di uomini in marcia hanno prestato la voce a una ragazza che aspetta un fidanzato che non arriva. Mi viene da pensare che cantassero la parte di chi era rimasto a casa, oppure che in quella ragazza ritrovassero la propria attesa: della posta, di una licenza, di una sera qualunque. Cantare la gelosia di un sabato sera era un modo di restare nella vita normale, quella in cui il dolore più grande è un ragazzo che va dalla Rosina.

Dove mi convince meno è nel contrasto con la musica. Il motivo è così allegro, così fatto per camminare insieme, che la tristezza delle parole scivola via, e alla fine ci si ritrova a battere il tempo su una ragazza che piange. Forse è proprio questo il segreto della sua fortuna: una delusione che si può cantare in cento senza che nessuno debba confessarla. O forse è un piccolo tradimento anche quello, come il moretto: ci prometteva un mazzolino e ci ha dato una marcia.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Quel mazzolin di fiori
che vien dalla montagna

e bada ben che nol se bagna
ché lo voglio regalar,
e bada ben che nol se bagna
ché lo voglio regalar.

Lo voglio regalare
perché l'è un bel mazzetto,
lo voglio dare al mio moretto
questa sera quando 'l vien,
lo voglio dare al mio moretto
questa sera quando 'l vien.

Stasera quando 'l viene
gli fo una brutta cera;
e perché sabato di sera
lui non l'è vegnù da me
,
e perché sabato di sera
lui non l'è vegnù da me.

Non l'è vegnù da me,
l'è andà dalla Rosina...
Perché mi son poverina
mi fa pianger e sospirar,
perché mi son poverina
mi fa pianger e sospirar.

Mi fa pianger e sospirare
sul letto dei lamenti
e cosa mai diran le genti,
cosa mai diran di me,
e cosa mai diran le genti,
cosa mai diran di me.

Diran che son tradita,
tradita nell'amore
e perché a me mi piange il cuore
e per sempre piangerà,
e perché a me mi piange il cuore
e per sempre piangerà.

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