La società dei magnaccioni

di Gabriella Ferri e Tradizione popolare

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Secondo me la si canta ancora perché è la più facile da attaccare a fine cena, quando nessuno ha voglia di andare a casa. E ha attraversato i generi senza perdere niente: nel 1996 Elio e le Storie Tese l'hanno cantata dal vivo al concerto del Primo Maggio, nel 2010 i Nanowar of Steel ne hanno fatto una versione heavy metal, The Forest Of Magnaccions. Il ritornello regge anche con le chitarre distorte.

E Roma non ha dimenticato chi l'ha portata in televisione: dal maggio 2021 c'è una piazza intitolata a Gabriella Ferri, nel Municipio XI. Chi la intona oggi a fine cena, con "ma che ce frega", non fa una dichiarazione di principio: si prende in giro e si diverte, in coro.

Dante · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • Dopo l'esecuzione a La fiera dei sogni di Mike Bongiorno, nel 1964, molte fonti hanno scritto che il 45 giri di Gabriella Ferri e Luisa De Santis con La società dei magnaccioni vendette un milione e settecentomila copie. Il critico Federico Romagnoli, su OndaRock, giudica la cifra irreale: il disco non entrò mai nei primi otto posti delle classifiche dell'epoca.
    Fonte: ondarock.com
La società dei magnaccioni si canta come una canzone da osteria, e lo è. Io però ci vedo anche un gioco di parole tenuto in piedi per tre minuti: la parola società compare con due significati opposti, e la canzone sta tutta nello spazio fra i due.

Prima, però, il titolo. "Magnaccioni" suona come magnaccia, ed è voluto: le due parole hanno la stessa radice romanesca, magnà, mangiare. Chi sente il titolo per la prima volta si aspetta qualcosa di losco. Poi la canzone spiega chi sono questi soci: gente a cui piace mangiare e bere. Lo scandalo del titolo è una strizzata d'occhio, e secondo me è il primo scherzo del pezzo.

è mejo er vino de li Castelli
che de sta zozza società
"È meglio il vino dei Castelli che questa sporca società". I Castelli sono i Castelli Romani, i paesi sui colli a sud-est di Roma da cui arriva il vino delle osterie. Qui sta il gioco. Nel titolo la società è un'associazione, un gruppo di amici con il suo nome, come una società di bocce. Nel ritornello è il mondo di fuori, zozzo, cioè sporco. Una piccola società si dichiara contro la Società, e lo fa alzando il bicchiere.

Contro chi, esattamente? Se si guardano i nemici della canzone, sono sorprendentemente pochi e molto vicini: l'oste che allunga il vino con l'acqua e il padrone di casa che pretende la pigione, l'affitto. Non ci sono re, governi o padroni di fabbrica. A me sembra la ribellione di chi ha in tasca giusto il necessario e se la prende con chi glielo vende: il bicchiere e il tetto.

a noi ce piace de magna e beve
e nun ce piace de lavorà
"A noi piace mangiare e bere, e non ci piace lavorare". È il verso più sfacciato, e va letto con le date in mano. Nel 1964 Gabriella Ferri e Luisa De Santis, due ragazze romane, lo portano in televisione, alla fine degli anni del boom economico. In bocca a loro la canzone dei "regazzi" che fanno innamorare le ragazze diventa anche un piccolo travestimento: due ragazze che cantano da giovanotti. Non so se qualcuno all'epoca l'abbia notato, ma per me il divertimento nasce anche da lì.

Resta il dubbio che non riesco a sciogliere: protesta o scherzo? Il finale, con quell'"embè, che c'è?", non lo decide. Secondo me la risposta sta nel verso in cui i soci dicono di rispondere "'n coro", in coro. La loro forza non è un'idea, è il numero: la società esiste finché si canta insieme, e appena il coro tace torna a essere un tavolo di osteria.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Frasi commentate e traduzione

Le frasi più importanti, con la traduzione in italiano e il commento della redazione e dei lettori.

  1. Fatece largo che passamo noi,
    da La società dei magnaccioni, Gabriella Ferri, Tradizione popolare

    TraduzioneFateci largo, che passiamo noi,

    L'attacco è un ingresso in scena. "Fatece largo" è quello che si grida in una strada stretta quando arriva un gruppo e vuole tutto lo spazio. Il romanesco accorcia e indurisce le parole, "fatece" per fateci, "passamo"...

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  2. nun so' come er baccalà
    da La società dei magnaccioni, Gabriella Ferri, Tradizione popolare

    Traduzionenon sono come il baccalà

    Il menù della società è semplice: polli, abbacchio, cioè l'agnello da latte della cucina romana, e galline. Piacciono perché sono "senza spine", al contrario del baccalà. Secondo me è uno dei passaggi più comici della...

    Leggi la nota
  3. Portace 'nantro litro
    da La società dei magnaccioni, Gabriella Ferri, Tradizione popolare

    TraduzionePortaci un altro litro

    Qui il vino si chiede a litri, non a bicchieri: è la misura della caraffa sul tavolo dell'osteria. "'Nantro" è un altro, detto tutto attaccato come si dice al banco. Mi piace che la richiesta arrivi subito dopo la...

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  4. ce fa 'n figozzo embe'
    da La società dei magnaccioni, Gabriella Ferri, Tradizione popolare

    Traduzioneci fa un bernoccolo, embè

    La chiusa è una piccola anatomia della sbornia. Il vino arriva "al gozzo" e al "gargarozzo", due modi popolari di dire la gola, e poi "ce fa 'n figozzo": il figozzo, o ficozzo, in romanesco è il bernoccolo. Il vino...

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