Averti addosso

di Gino Paoli

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Al Premio Tenco di ottobre, a Sanremo, Gino Paoli è stato ricordato nel numero speciale di The Mellophonium, distribuito nella sede del Club durante la rassegna e dedicato a chi ci ha lasciato negli ultimi mesi. E la Targa per la migliore canzone, la categoria vinta da Averti addosso, è andata a Emma Nolde con Quello che deve essere sarà.

Io le ascolterei una dopo l'altra, magari con qualcuno di un'altra età. Quarantadue anni separano le due Targhe, e sentirle vicine è un buon modo per capire che cosa resta e che cosa cambia, da una generazione all'altra, nel modo di scrivere una canzone.

Ettore · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • Averti addosso è la prima canzone nell'albo d'oro della Targa Tenco per la migliore canzone: le Targhe si assegnano dal 1984. Nella stessa edizione furono premiati Creuza de mä di Fabrizio De André come miglior album e, con Mauro Pagani, come opera in dialetto, e Uomini di Ornella Vanoni come miglior album di interprete.
    Fonte: clubtenco.it
  • Nel 1984 Averti addosso diede il titolo a un mini LP di quattro brani della Five Record, con Io so perché l'amore, Genova non è la mia città e una nuova versione del Cielo in una stanza arrangiata da Peppe Vessicchio. Lo stesso anno la canzone aprì l'album La luna e il Sig. Hyde.
    Fonte: discografia.dds.it
Ci sono canzoni d'amore che cominciano con una promessa. Questa comincia con una confessione. L'uomo che canta non sa dire quello che sente, non sa fare quello che si dovrebbe fare, non sa nemmeno amare come si deve. E per dirlo sceglie paragoni che nessun innamorato userebbe per farsi bello: un cieco, una scimmia, un gatto.
Se non so amare come si deve amare
Come un bambino, come un cretino
A me colpisce proprio questo: un uomo fatto che si presenta alla donna che ama elencando quello che non gli riesce. Quando uscì, Paoli aveva intorno ai cinquant'anni e tornava da un lungo periodo lontano dal grande pubblico. In queste righe non c'è nessuna posa da seduttore. C'è uno che ha smesso di fingere, e che sa che il primo regalo da fare a chi ami è la verità su te stesso.

Poi arriva il titolo, e con lui la chiave. Avere una persona, in italiano, è un verbo pericoloso: sa di possesso, di proprietà. Paoli lo salva con una parola sola, addosso. Non ti possiedo, ti porto. Come si porta un vestito che si mette tutti i giorni, quello che a forza di usarlo prende la forma del corpo e non si nota più, proprio perché c'è sempre. La tasca piena, il bottone: cose piccole, da tutti i giorni, di cui ti accorgi solo quando mancano.

Ma l'elenco non resta nell'armadio. A poco a poco i paragoni si avvicinano alla pelle e poi ci entrano sotto: le mani, la voce, la stanchezza. Alla fine lei non è più qualcosa che lui indossa, è qualcosa che lui è. Ed è un amore che non nasconde niente: accanto alla gioia nuova ci sono la foglia morta e il rimpianto, l'indizio falso e la colpa. Un amore adulto si porta addosso anche i propri torti, e Paoli non li toglie dalla lista per fare bella figura.

Il verso che preferisco è verso la fine:
Come la mia estate di S. Martino
Come una ruga nuova, come un sorriso
L'estate di San Martino è quella manciata di giorni tiepidi che arriva a novembre, quando nessuno se l'aspetta più. Detto da un uomo di quell'età, io lo sento così: un amore può arrivare tardi, ed essere caldo lo stesso. E la ruga nuova messa accanto al sorriso dice che gli anni non sono un nemico da nascondere, ma una cosa che si può dividere con qualcuno.

Dopo tante immagini, la canzone si spoglia di tutto e resta con le parole più semplici che abbiamo: restare insieme, volerti bene. Come se le metafore servissero solo per arrivare fin lì, e una volta arrivati si potessero lasciare all'ingresso, come il cappotto quando si torna a casa.

Oggi, dopo la morte di Paoli lo scorso marzo, la riascolto in un altro modo. Averti addosso è anche quello che succede con chi non c'è più: le sue canzoni ce le portiamo dietro senza pensarci, come una camicia vecchia, finché un giorno ci accorgiamo che hanno preso la forma della nostra vita.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

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Foto: Elena Torre from Viareggio, Italia, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Frasi commentate

Qui trovi le frasi commentate dalla redazione e dai lettori.

  1. Sì, come una camicia, come un cappotto
    da Averti addosso, Gino Paoli

    Tutta la prima strofa è fatta di condizioni: se non so dire, se non so fare, se non so amare. Poi arriva questo sì, piccolo, quasi buttato lì, e risponde a tutti i dubbi insieme. Non serve saper fare le cose giuste...

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  2. Come le mie mani, come un colore
    da Averti addosso, Gino Paoli

    Paoli coltivava anche la pittura. Per questo il colore messo accanto alle mani non mi sembra un'immagine qualunque. Io ci vedo gli strumenti di chi dipinge: la mano che tiene il pennello e quello che il pennello...

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  3. E se il mio cuore vuole essere una bocca
    Che ti cerca e che ti inghiotte
    da Averti addosso, Gino Paoli

    In una canzone tutta fatta di cose miti, vestiti, bottoni, sorrisi, questa è l'unica immagine affamata. Il cuore diventa una bocca, e la bocca non bacia: cerca e inghiotte. Io ci sento la parte dell'amore che non è...

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  4. Questa canzone mai finita
    da Averti addosso, Gino Paoli

    Mi piace che qui la vita dell'altra persona diventi una canzone, ma senza l'ultima parola che mette tutto a posto. Non finire può essere una forma di vicinanza: resta qualcosa da ascoltare, da capire, da dire domani....

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