Mio fratello alessandro, significato

di Brunori Sas
Significato della canzone Mio fratello alessandro di Brunori Sas
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Mio fratello Alessandro è la terza traccia contenuta in Cip!, album di Brunori Sas dal titolo onomatopeico, uscito il 10 gennaio 2020. 

A proposito del significato di questa canzone, Brunori SAS ha dichiarato:

“E’ uno dei pezzi che preferisco perché penso di aver raccontato i tre livelli che ci sono nell’album: la necessità di stare vicino ai propri cari che non ha a che fare solo con la generosità verso gli altri ma anche con una sorta di amore verso se stessi; prendersi cura degli altri prendendosi cura di sé; l’idea di una visione etica collegata alla solitudine, al sentirsi separati dagli altri che ci procura sofferenza. Se riuscissimo a vedere le cose da una prospettiva diversa e non vederci divisi dagli altri e da quello che c’è intorno vivremmo in modo più sereno”.
Fonte.

Possiamo rintracciare questa sorta di circolo tra noi stessi e gli altri nei versi:

Ma visto che un poco di lui alberga anche in me

Mi prenderò cura di lui per curarmi di me

[…]

Ma visto che un po' del suo sangue scorre anche in te

Mi prenderò cura di lui per curarmi di te


In entrambi i passaggi mi pare che sia messo in luce in modo piuttosto esplicito il ‘gioco’ della cura come auto-guarigione.

In generale il significato di questa canzone è rappresentato a mio parere dalla caduta delle barriera io-resto del mondo. Insomma, una sorta di rivisitazione in chiave contemporanea de: Gli altri siamo noi di Umberto Tozzi.

Qui Brunori SAS mi sembra che voglia richiamare all’attenzione l’interconnessione esistente tra tutti gli esseri viventi, non solo in un’ottica di mutuo sostentamento, ma quale vera e propria condizione esistenziale.

Il tema presente in Mio fratello Alessandro riprende la questione della relazionalità quale condizione ‘presupposto’ dell’umano. 
Un tema su cui di recente si è dibattuto anche a seguito delle ultime scoperte scientifiche in materia di neuroni specchio.

Su questo trovo interessanti le riflessioni contenute in un articolo del Sole24Ore (12.03.19), che vi riporto:

“Avendo gli esseri umani una natura sociale, il nostro cervello ci permette di essere fortemente relazionali nonostante la cultura di riferimento promuova il vantaggio individuale rispetto a quello collettivo. I neuroni specchio, la fisica quantistica e la biologia affermano infatti che siamo tutti interconnessi e proprio la cooperazione ha rappresentato la strategia vincente per la nostra evoluzione. Uomini e donne con legami sociali positivi registrano alti livelli di benessere, perché nel loro corpo si scatenano reazioni biochimiche che rilasciano, per esempio, l’ormone dell'amore (ossitocina), un neurotrasmettitore che ha diverse funzioni tra cui la riduzione dello stress, l’aumento dell’empatia e della fiducia e una maggiore socializzazione. Viceversa, le persone con carenti legami sociali sono più soggette a fenomeni di depressione”.

In questa prospettiva il ritornello di Brunori SAS è chiaro:

Perché gli uomini smettono di essere buoni

Solo quando si pensano soli

Quando perdono di vista la luce

Che sta in tutte le cose


Non esistono persone cattive, esistono persone sole. Isolate, aggiungerei. 

Il recidere i legami (in questo caso familiari) esaspera la natura umana e porta a perdere di vista la complessità (e organicità) dei legami/vincoli. Il sistema mondo (per usare un altro termine caro a Brunori in questo ultimo suo lavoro, vista la presenza del termine mondo in ben tre tracce di Cip!: Il mondo si divide; Bello appare il mondo e Fuori dal mondo) non è dunque solo sostanza della società, ma diviene il tessuto stesso (emotivo, psicologico) che consente all’umano di sentirsi parte di un tutto e, come tale, cogliere in ogni espressione diversa da sè un riflesso che riporta a se stessi.

Ho personalmente sempre trovato molto interessante una simile prospettiva e mi rincuora non poco sapere che anche la scienza sta iniziando a scovare le fondamenta di questa prospettiva filosofica. 

Al contempo ho sempre avuto un timore: che ricondurre l’alterità a un proprio riflesso possa porre le basi perchè tale diversità sia ridotta a un ‘io’ gigante, che si fagocita gli altri.
Per spiegarmi: faccio del bene a te, per fare del bene a me, perchè tu non sei che un riflesso di me, sicchè il fuoco di tutto il discorso sono io e non tu.
Mi piacerebbe invece che questa dimensione relazionale del mondo (e dell’io) fosse una condizione non ulteriormente riducibile che, cioè, non portasse alla soppressione della differenza io-tu e che la relazione stessa divenisse l’elemento imprescindibile e inalienabile.
Immagine dell'utente Guglielmo | 63 Punti
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