La valigia dell'attore

di Francesco De Gregori

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Ad aprile, a Canzonissima su Rai 1, Fausto Leali l'ha scelta in una serata dedicata alla canzone che ogni ospite avrebbe voluto scrivere. Un cantante che invidia una canzone a un collega fa il complimento più sincero che io conosca, e mi dice che questo brano continua a passare di voce in voce, proprio come era cominciato.

E c'è una coincidenza che mi piace. In queste settimane De Gregori è in residenza alla Sala Umberto di Roma, con serate raccolte per pochi spettatori, in un teatro vero, con le sue quinte e il suo sipario. Il mondo di questa canzone è ancora il suo, e chi la ascolta adesso può immaginarlo lì dietro, un attimo prima di entrare in scena.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • La valigia dell'attore vinse la Targa Tenco 1998 per la migliore canzone. De Gregori l'aveva scritta per l'attore Alessandro Haber, che la incise per primo nel 1995 nell'album Haberrante. La versione dell'autore uscì nel 1997, come inedito in studio che apre il doppio dal vivo a cui dà il titolo.
    Fonte: clubtenco.it
  • Secondo il racconto di De Gregori ad Avvenire, l'idea del disco di Alessandro Haber era di Mimmo Locasciulli, che aveva trovato quel titolo e insisteva perché ne scrivesse il testo. Nella versione di Haber, De Gregori suona anche la chitarra acustica.
    Fonte: web.archive.org
Una valigia lasciata in un camerino è la cosa più provvisoria che esista: dice che qualcuno è arrivato e che presto ripartirà. De Gregori costruisce tutta la canzone intorno a quell'oggetto, e secondo me il suo segreto sta in una sola parola che cambia tra il primo e l'ultimo ritornello.

Abbiam lasciato soltanto un momento
La nostra valigia di là

La prima volta, di là, c'è la valigia. L'ultima volta, con le stesse parole intorno, di là c'è la nostra vita. La valigia e la vita diventano la stessa cosa: quello che l'attore si porta da un teatro all'altro non è un bagaglio, è tutto quello che ha. E l'ha lasciato in un camerino già vecchio, vicino a un secchio, mentre di qua prende gli applausi.

La canzone comincia con un io. Eccomi qua, sono venuto a vedere: è la voce di uno solo, che misura la sala, conta la gente, spera di arrivare fino all'ultima fila. Poi, senza avvertire, l'io diventa un noi. Siamo l'amante e la sposa, il padre e la figlia, una grande famiglia. A me piace leggere questi ruoli in due modi insieme. Sono le parti del repertorio, i personaggi che la compagnia indossa ogni sera; ma sono anche i legami veri di chi vive in giro, perché una compagnia che passa da un albergo all'altro finisce per essere l'unica famiglia che ha.

Mi torna in mente Luci del varietà, il film di Lattuada e Fellini sulla compagnia "Polvere di stelle", sempre in bolletta tra un teatrino di provincia e l'altro. Lì però resisteva la speranza del colpo di fortuna. Qui no. Nella seconda strofa i guitti dicono di essere venuti per poco, perché per poco si va; qualche riga dopo il poco è diventato niente. E nel ritornello finale il padre e la figlia non sono più arrivati fin qua: ci sono capitati. La canzone scende di un gradino ogni volta che si ripete, dal mestiere scelto al caso, dal compenso al nulla.

Eppure, alla fine, ci si inchina e si ringrazia, con due avverbi lunghissimi che sembrano non finire mai. Non ci sento solo ironia: c'è la dignità di chi sa che quel pubblico è l'unica ragione del viaggio. Che De Gregori l'abbia scritta per la voce di un attore, Alessandro Haber, e solo dopo l'abbia cantata lui, mi sembra quasi una piega in più del tema: anche la canzone ha cambiato camerino.

Dove mi convince meno è proprio nella famiglia del ritornello. Resta un po' generica, una formula larga che abbraccia tutti, e a tratti la canzone rischia di commuoversi da sola sul proprio mestiere. La salva l'ultimo verso, ripetuto due volte.

Tra un manifesto e lo specchio

Il manifesto è la faccia che il pubblico conosce, lo specchio quella che l'attore ritrova quando si strucca. Il camerino è lo spazio stretto tra le due facce, ed è lì che la canzone si ferma, ripetendo il verso come chi non riesce a decidere. Non so se l'attore torni a riprendersi la valigia, o la vita, prima di partire. Forse il suo posto è proprio quel mezzo metro tra il manifesto e lo specchio, e il viaggio vero è restare lì.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

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