Je so' pazzo

di Pino Daniele

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Quest'autunno Je so' pazzo è anche un titolo sui manifesti: si chiama così il film su Pino Daniele, in sala dal 15 ottobre, che ha già superato i tre milioni di euro d'incasso. Chi esce dal cinema e la cerca scopre che a Napoli quella frase era già diventata un nome.

Dal 2015 si chiama Je so' pazzo l'ex ospedale psichiatrico giudiziario di Materdei, occupato e restituito al quartiere con ambulatori, una palestra e un teatro: il grido del matto che non si lascia zittire è diventato l'insegna di un ex manicomio. E quando Jovanotti, un anno dopo la morte di Pino, la cantò al Palamaggiò di Caserta, il pubblico la accompagnò in coro fino all'ultima riga. Per restare in quegli anni c'è Napule è.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • Sul lato B del 45 giri Je so' pazzo c'e' Putesse essere allero. Francesco De Gregori e Checco Zalone hanno ripreso proprio quel brano in Pastiche (2024), dove e' la quinta traccia.
    Fonte: it.wikipedia.org
La parola su cui inciampo ogni volta è diplomato. Arriva a metà di una canzone che grida in napoletano, e arriva in un italiano da modulo, da sportello comunale. Il pazzo si presenta come ci si presenta a un impiegato, mettendo le mani avanti:
E non sono menomato
Sono pure diplomato
La prima volta mi ha fatto ridere. Poi ho cominciato a sentire che la canzone cambia lingua quando cambia interlocutore. Il napoletano dà voce alla casa da cui si cacciano gli altri e ai nervi che si tendono. L'italiano mette in fila il popolo, lo Stato, la ragione, il diploma. Non è una divisione perfetta: le lingue si mescolano anche dentro la stessa minaccia. Ma io sento uno scarto quando il pazzo si rivolge alle istituzioni, come chi entra in un ufficio e si sforza di parlare come si scrive.

E l'italiano che sceglie è quello dei comizi, rifatto con una smorfia:
C'ho il popolo che mi aspetta
E scusate vado di fretta
È il capopopolo che si scusa tra un appuntamento e l'altro, l'uomo importante che non ha tempo. Ma subito dopo chiede di non ricevere sempre ragione: una richiesta che incrina quella posa da tribuno. Questo è il punto in cui la canzone mi conquista. Un capopopolo che diffida del consenso non è più un demagogo: è uno che sa quanto è facile farsi applaudire e non si fida di chi applaude.

Dietro, naturalmente, c'è Masaniello, il pescivendolo che nel 1647 guidò la rivolta di Napoli e che dopo dieci giorni fu accusato di pazzia, anche dalla sua gente, e ucciso. Si ripete spesso che Pino Daniele sia partito dal suo ultimo discorso. Francesco Ciabattoni, della Georgetown University, osserva che molti siti lo riportano senza citarne la fonte e indica un discorso attribuito a Masaniello in Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo. Se l'ispirazione fosse quel testo, precisa, passerebbe dunque dalla penna di De Crescenzo: è un'ipotesi critica, non una dichiarazione di Pino. Mi piace pensarlo così, un Masaniello passato di mano in mano, dalla storia a un libro e dal libro a una chitarra. Napoli che si racconta da sola, e ogni volta un po' più libera.

La pazzia, qui, è un permesso. Chi si dichiara matto può dire quello che gli altri tacciono, fino alla parolaccia dell'ultima riga. Pino Daniele ha raccontato che fu una scommessa riuscire a cantarla in tv e farla passare alla radio: a me quella chiusa sembra mettere alla prova il permesso che il protagonista si è preso.

Quello su cui non riesco a decidermi è la faccia dipinta di nero. Il pazzo se l'è truccata per essere notato, e io sento in quel candore una provocazione. Oggi mi sembra che farsi notare sia diventato un lavoro quotidiano: rendersi visibili, trovare un pubblico, non sparire. Mi chiedo se la pazzia protegga ancora qualcuno, quando la dichiarano tutti. O se il vero matto, adesso, sarebbe quello che si rifiuta di farsi notare.

Fonti: pinodaniele.com, la nota di Pino Daniele sul disco del 1979 · Francesco Ciabattoni, Georgetown University, commento a Je so' pazzo per The Italian Song · Wikipedia, Masaniello

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Foto: Iaconianni family, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Frasi commentate

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  1. Io lo so che sono un errore
    da Je so' pazzo, Pino Daniele

    Di solito chi alza la voce davanti al popolo si presenta come la soluzione. Qui succede il contrario: il pazzo si dichiara un errore, e lo dice in italiano, quasi con educazione. A me questa sembra la riga più...

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  2. Almeno un giorno da leone
    da Je so' pazzo, Pino Daniele

    Dietro c'è un proverbio che tutti conoscono, quello del giorno da leone contro i cento da pecora. Ma qui il proverbio perde la sua spavalderia. Non c'è disprezzo per chi vive da pecora: c'è la richiesta minima di chi...

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  3. Si se 'ntosta 'a nervatura
    da Je so' pazzo, Pino Daniele

    Qui i nervi si irrigidiscono: nella traduzione di Francesco Ciabattoni diventano nervi tesi. A me colpisce come la canzone passi dalle scuse al popolo e dalle richieste allo Stato a una minaccia fisica. La rabbia...

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  4. Masaniello è crisciuto
    da Je so' pazzo, Pino Daniele

    In quel cresciuto io sento qualcosa di diverso da un semplice ritorno. Il Masaniello della canzone porta un diploma e si dipinge la faccia per essere notato: non è la ripetizione immobile di un personaggio del...

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