Aida

di Rino Gaetano

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Ci sono canzoni che si riascoltano per stare bene, e altre per ricordarsi da dove veniamo. Aida per me è della seconda specie, ma non pesa mai: dura il tempo di un caffè e dentro ci sono settant'anni di paese. È la canzone che metterei a chi mi chiede come fosse l'Italia dei nonni, perché non fa lezione, sfoglia fotografie.

Che regga anche senza la voce di Rino lo dice la sua strada: Riccardo Cocciante l'ha cantata e incisa, e altri l'hanno ripresa dopo di lui. Io ci torno quando le notizie mi fanno arrabbiare con questo paese. Mi ricorda che si può criticare quello che si ama, e che la rabbia e la tenerezza possono stare nella stessa strofa.

Ettore · A cura della Redazione ·

Lei sfoglia i suoi ricordi, e il primo verso della canzone è già un gesto che conosciamo tutti: la scatola delle fotografie tirata giù dall'armadio, la sera, quando in casa c'è silenzio. Rino Gaetano non comincia dalla storia d'Italia. Comincia da una donna seduta che guarda le sue istantanee, e lascia che la storia esca da lì, una foto alla volta.

Io me la immagino così, Aida: una signora che ha visto tutto e non lo racconta con ordine, ma come vengono i ricordi, mescolati. I rosari accanto ai vestiti buoni, i divi del cinema accanto alla guerra. Mi sembra un racconto familiare immaginato: un fidanzato e una tessera annonaria potrebbero stare nella stessa scatola, senza bisogno di appartenere allo stesso momento. Lui stesso diceva che Aida non è una donna ma tutte le donne, ognuna con i suoi cinque minuti per dire la propria storia. Per me è la cosa più bella dell'idea: il Novecento italiano raccontato da chi lo ha vissuto in cucina, non dai libri.

Poi c'è il dopoguerra, e qui Rino mette due versi che, a riascoltarli oggi, mi sembrano un ritratto intero:
E poi il ritorno in un paese diviso
Più nero nel viso, più rosso d'amore
Il nero e il rosso mi fanno pensare anche ai colori della politica, ma restano sul viso e nel cuore della stessa persona. Non ci leggo un invito a considerare tutte le parti uguali. Mi colpisce invece che una divisione collettiva diventi qualcosa di intimo. Immagino una tavola di famiglia con due parenti che votano diversamente: non un ricordo mio, ma una scena possibile dentro quel paese diviso.

All'ascolto può sembrare una filastrocca da canticchiare, con quel passo dondolante e la voce roca. A me arriva prima la leggerezza della voce, poi il peso delle cose che racconta. La domanda che mi resta in testa, ogni volta, è questa:
La democrazia, e chi ce l'ha?
Non è un'accusa da comizio. È una battuta detta a mezza bocca, con l'aria di chi ha fatto la fila per avere qualcosa che gli avevano promesso e si è accorto che qualcuno era passato davanti. L'ironia di Rino era una forma di pudore: diceva le cose amare cantando, perché cantando si possono dire.

E allora perché il ritornello è una dichiarazione d'amore? Perché dopo le marce, la fame e i compromessi lui ripete che Aida è bella, e lo dice sul serio. Io ci sento il sentimento che molti di noi hanno per questo paese: lo conosciamo troppo bene per farci illusioni, e proprio per questo non riusciamo a smettere di volergli bene. Si può amare l'Italia senza mentire su di lei, sembra dire. Oggi, a chi la riascolta, la canzone chiede la stessa cosa: tirare giù la scatola delle foto, guardarle tutte, anche quelle brutte, e poi dire lo stesso come sei bella.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Foto: obbino, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

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