Ma se ghe penso

di Bruno Lauzi, Mario Cappello e Attilio Margutti · 1925

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Ma se ghe penso è la canzone con cui Genova si presenta. Quando Papa Francesco visitò la città, nel maggio del 2017, gliela cantarono, e uno degli organizzatori ricorda che volle conoscerne le parole e il significato. Sei anni prima l'aveva portata sul palco dell'Ariston, nella serata finale di Sanremo 2011, un napoletano, Massimo Ranieri, insieme ai genovesi Luca e Paolo.

Secondo me resiste perché il suo emigrante ha solo cambiato rotta. Oggi è chi è partito per Londra, Berlino o Milano e torna a Genova con il pensiero ogni volta che vede una foto del porto. E i figli che rispondono "stemmo ben", stiamo bene qui, ci sono ancora: la lite della canzone si ripete in tante famiglie, con un aereo al posto del piroscafo.

Dante · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • La prima voce di Ma se ghe penso fu quella di una donna, il soprano Luisa Rondolotti. Nel 1925 la cantò con Mario Cappello al Teatro Orfeo di via XX Settembre, a Genova, in uno spettacolo replicato venti volte: la seconda parte delle serate si apriva di solito con questa canzone. Il teatro diventò poi un cinematografo.
    Fonte: it.wikipedia.org
Su Ma se ghe penso quasi tutte le letture si fermano alla nostalgia dell'emigrante. Io vorrei provare a leggerla come una lite in famiglia, perché il ritornello più cantato di Genova nasce come risposta a una frase precisa.

Ma o figgio o ghe dixeiva: "No ghe pensâ
a Zêna, cöse ti ghe veu tornâ?!"
"Ma il figlio gli diceva: non pensarci, a Genova, cosa ci vuoi tornare?" Il figlio dice "no ghe pensâ", non pensarci. Il padre risponde con le stesse parole rovesciate: "ma se ghe penso", ma se ci penso. Il titolo, a guardarlo così, è la seconda metà di un dialogo: il padre raccoglie il verbo del figlio e glielo restituisce.

Qui però devo ammettere un dettaglio che complica la mia lettura. Al debutto, nel 1925, la canzone si chiamava soltanto Se ghe penso, e il "Ma" entrò nel titolo più tardi, non si sa in quale occasione. Nel verso c'era già. Forse è stato il pubblico, cantandola, a sentire che senza quella congiunzione mancava metà della frase. Mi piace pensare che Genova abbia capito la canzone meglio del suo titolo.

Il ritornello, poi, è una carta geografica disegnata dal mare.
Ma se ghe penso alôa mi veddo o mâ,
"Ma se ci penso allora io vedo il mare". Prima il mare, poi i monti, la piazza della Nunziata, il Righi sulla collina, la Lanterna, che è il faro del porto. È l'ordine in cui Genova si presenta a chi arriva in nave: prima l'acqua, poi la città che sale. Secondo me il padre non ricorda Genova come la vedeva da ragazzo, dal fondo dei vicoli, ma come la vedrebbe tornando: immagina già lo sbarco, e il ricordo prende la forma dell'arrivo.

Il terzo indizio sta nelle due partenze. La canzone si apre con un uomo partito "sensa 'na palanca", senza un soldo: la palanca era un'antica moneta di rame, e la parola è rimasta per dire i quattrini. E si chiude con lo stesso uomo che riparte:
E sensa tante cöse o l'é partîo
"E senza tante cose è partito", cioè senza tante storie. Due volte "sensa": la prima senza denaro, la seconda senza esitazioni. In mezzo ci sono trent'anni, la banca, la palazzina sognata con il giardinetto e la cantina. A me colpisce che la canzone non dica mai se quei soldi siano serviti. La ricchezza resta fuori scena: conta solo che la seconda partenza è decisa quanto era povera la prima.

Resta il punto in cui la mia lettura vacilla. Il figlio, in questa storia, non ha torto: è nato laggiù, sta bene, e il padre è vecchio. La canzone gli dà la parola due volte e poi lo lascia senza risposta. Non so se Cappello volesse dargli torto o soltanto farlo tacere. So che quando Genova la canta in coro, tutti cantano la parte del padre.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

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Foto: autore sconosciuto, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Testo

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O l'êa partîo sensa 'na palanca,
l'êa zâ trent'anni, fòrse anche ciù.
O l'aveiva lotòu pe mette i dinæ a-a banca
e poèisene un giorno vegnî in zù
e fâse a palasinn-a e o giardinetto,
co-o ranpicante, co-a cantinn-a e o vin,
a branda atacâ a-i èrboi, a ûzo létto,
pe dâghe 'na schenâ séia e matin.

Ma o figgio o ghe dixeiva: "No ghe pensâ
a Zêna, cöse ti ghe veu tornâ?!"

Ma se ghe penso alôa mi veddo o mâ,
veddo i mæ monti, a ciassa da Nonçiâ,
riveddo o Righi e me s'astrenze o cheu,
veddo a lanterna, a cava, lazù o Meu...
Riveddo a-a séia Zêna iluminâ,
veddo là a Fôxe e sento franze o mâ
e alôa mi penso ancon de ritornâ
a pösâ e òsse dôve ò mæ madonâ.

E l'êa pasòu do tenpo, fòrse tròppo,
o figgio o l'inscisteiva: "Stemmo ben,
dôve ti veu andâ, papà?.. pensiêmo dòppo,
o viâgio, o mâ, t'ê vêgio, no conven!".

"Oh no, oh no! me sento ancon in ganba,
son stùffo e no ne pòsso pròpio ciû,
son stanco de sentî señor caramba,
mi véuggio ritornâmene ancon in zù...
Ti t'ê nasciûo e t'æ parlòu spagnòllo,
mi son nasciûo zeneize e... no me mòllo!".

Ma se ghe penso alôa mi veddo o mâ,
veddo i mæ monti, a ciassa da Nonçiâ,
riveddo o Righi e me s'astrenze o cheu,
veddo a lanterna, a cava, lazù o Meu...
Riveddo a-a séia Zêna iluminâ,
veddo là a Fôxe e sento franze o mâ
e alôa mi penso ancon de ritornâ
a pösâ e òsse dôve ò mæ madonâ.

E sensa tante cöse o l'é partîo
e a Zêna o gh'à formòu torna o so nîo.

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