La bella Gigogin

di Orietta Berti, Paolo Giorza e Tradizione popolare · 1858

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Se vivi in Lombardia e accendi la radio all'ora del giornale regionale, La bella Gigogin la conosci anche senza saperlo: una versione strumentale fa da sigla al Gazzettino Padano della Rai, il giornale radio della Lombardia. È una sorte curiosa per una canzone che è diventata famosa come un enigma: oggi apre le notizie del giorno, e non ha più niente da nascondere.

E c'è chi l'ha portata dentro un disco rap. Gli Articolo 31 hanno intitolato Gigugin un brano di Così com'è, ispirandosi alla canzone che il nonno del protagonista cantava all'osteria. Per me è il modo giusto di riascoltarla: come una canzone di famiglia, che passa da una generazione all'altra e cambia vestito senza perdere il ritornello.

Dante · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • 31 dicembre 1858
    La bella Gigogin fu eseguita per la prima volta al Teatro Carcano di Milano la sera del 31 dicembre 1858. La mattina dopo la banda andò a fare gli auguri di capodanno davanti al palazzo del Viceré e fu seguita da qualche migliaio di persone che gridavano il ritornello "Dàghela avanti un passo".
    Fonte: it.wikisource.org
Di La bella Gigogin di solito si racconta la soluzione prima dell'enigma: la ragazza è il Piemonte, la malata è la Lombardia, la polenta è gialla come la bandiera austriaca. Io vorrei fare il percorso al contrario e chiedermi una cosa che nelle spiegazioni manca quasi sempre: chi ha messo il codice dentro questa canzone?

La risposta più onesta l'ha data Giuseppe Fumagalli nel suo Chi l'ha detto?: delle parole non si conosce l'autore, sono un mosaico di vecchi canti popolari, e i versi sono "gai ma sconclusionati". È il popolo, scrive, che "volle intravedere" un significato nascosto. A me questa frase cambia l'ascolto. Non c'è un cospiratore che cuce allusioni in dialetto per beffare la polizia austriaca: c'è una filastrocca fatta di pezzi, e una città che la ascolta con le orecchie di chi aspetta una guerra. Secondo me il significato politico non sta nel testo, sta nel momento.

Proviamo allora a leggerla pezzo per pezzo, come l'avrebbe sentita il pubblico di allora. Si comincia con l'unica strofa che non ha bisogno di interpreti, in italiano, con il tamburo e la bandiera:
io vado alla ventura
sarà poi quel che sarà.
Qui non c'è niente da decifrare: è un ragazzo che parte soldato e accetta di non sapere come andrà. Ma subito dopo la lingua cambia. Arriva il dialetto, arriva una ragazza, e la guerra sparisce. È questo salto, per me, che ha acceso la fantasia di tutti: se la canzone parla apertamente di guerra all'inizio, viene il sospetto che continui a parlarne anche quando finge di raccontare altro.

E la ragazza ha un nome strano per Milano. Gigogin, ricorda ancora Fumagalli, non è milanese ma piemontese, ed è il diminutivo di Teresa. In una canzone nata a Milano la protagonista viene dall'altra parte del Ticino: per chi aspettava l'esercito del re di Sardegna era quasi un invito. Poi la sua vita corre a una velocità impossibile, un anno per ogni svolta: a quindici anni l'amore, a sedici il marito, a diciassette già un'altra storia. Nei canti popolari è un gioco comico, l'età che sale come un conto alla rovescia. In quell'inverno poteva suonare come impazienza.

Poi c'è la scena più bella, che leggo come un piccolo teatro:
La vén, la vén, la vén a la finestra
l'è tutta, l'è tutta, l'è tutta inzipriada
"La vén" vuol dire viene, "inzipriada" incipriata. La ragazza si affaccia truccata, cioè si fa vedere: è una che vuole essere guardata, non una vittima chiusa in casa. Le parole ripetute tre volte fanno ridere e insieme tengono il fiato sospeso, come un rullo di tamburo prima del colpo. Io in questa finestra vedo una città che si mette in mostra e aspetta.

Dove non sono sicuro è il finale. Dopo i baci e il boschetto, la canzone si chiude con un "Ta-ra-ta-ta-ta-tam" che riporta il tamburo dell'inizio. Può essere solo la chiusa della banda. Ma a me piace pensare che amore e guerra, qui, siano rimasti sempre attaccati, e che a deciderne il peso sia stato, ogni volta, chi la cantava.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Testo

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Rataplàn tambur io sento
che mi chiama alla bandiera
oh che gioia oh che contento
io vado a guerreggiar.

Rataplàn non ho paura
delle bombe e dei cannoni
io vado alla ventura
sarà poi quel che sarà.

E la bella Gigogìn col tremille-lerillellera
la va a spass col sò spingìn col tremille-lerillerà.

Di quindici anni facevo all'amore
dàghela avanti un passo
delizia del mio cuore.

A sedici anni ho preso marito
dàghela avanti un passo
delizia del mio cuore.

A diciassette mi sono stradìta
dàghela avanti un passo
delizia del mio cuor.

La vén, la vén, la vén a la finestra
l'è tutta, l'è tutta, l'è tutta inzipriada
la dìs, la dìs, la dìs che l'è malada
per non, per non, per non mangiar polenta

bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridàre
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridàr.

Le baciai, le baciai il bel visetto,
cium, cium, cium,
La mi disse, la mi disse: oh mio diletto
cium, cium, cium,
là più basso, là più basso, in quel boschetto,
cium, cium, cium,
anderemo, anderemo a riposar.
Ta-ra-ta-ta-ta-tam.

E la bella Gigogìn col tremille-lerillellera
la va a spass col sò spingìn col tremille-lerillerà.

E per te cosa significa?

Racconta come la leggi tu: cosa dice, cosa ti ricorda, a chi la dedicheresti.

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