La bella Gigogin

di Orietta Berti, Paolo Giorza e Tradizione popolare · 1858

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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  • dàghela avanti un passo
    Da «La bella Gigogin» di Orietta Berti, Paolo Giorza, Tradizione popolare·annotazione di Dante

    Traduzionedai, avanti un passo

    È la frase che ha fatto la fortuna della canzone, e torna come un intercalare dopo ogni età della ragazza. "Dàghela" è un incitamento lombardo, qualcosa come "dai, su", e i milanesi lo usavano già come modo di dire. Nella storia della ragazza è una spinta: un altro passo,...

  • per non, per non, per non mangiar polenta
    Da «La bella Gigogin» di Orietta Berti, Paolo Giorza, Tradizione popolare·annotazione di Dante

    La lettura più famosa vuole che la polenta sia l'Austria, gialla come la bandiera degli Asburgo. Io la trovo ingegnosa, ma voglio tenere aperta anche l'altra possibilità, più terra terra: la polenta era il piatto di ogni giorno nelle case povere del Nord, e una ragazza che si...

  • la dìs, la dìs, la dìs che l'è malada
    Da «La bella Gigogin» di Orietta Berti, Paolo Giorza, Tradizione popolare·annotazione di Dante

    Traduzionedice, dice, dice che è malata

    "La dìs" vuol dire dice, "malada" malata. In tante canzoni popolari la ragazza malata alla finestra è malata d'amore, e la medicina è un marito: la canzone infatti ci arriva pochi versi dopo. Mi colpisce che la malattia sia riferita, non vista. È lei a dire di stare male, e lo...

  • lassàla, lassàla, lassàla maridàre
    Da «La bella Gigogin» di Orietta Berti, Paolo Giorza, Tradizione popolare·annotazione di Dante

    Traduzionelasciatela, lasciatela, lasciatela sposare

    Ecco la cura, detta tre volte come un coro che fa pressione sui genitori: lasciatela sposare. Se la ragazza è la Lombardia, il matrimonio che chiede è l'unione con chi sta dall'altra parte del Ticino. Ma tra una richiesta e l'altra la canzone mette un avvertimento, bisogna...

Testo

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Rataplàn tambur io sento
che mi chiama alla bandiera
oh che gioia oh che contento
io vado a guerreggiar.

Rataplàn non ho paura
delle bombe e dei cannoni
io vado alla ventura
sarà poi quel che sarà.

E la bella Gigogìn col tremille-lerillellera
la va a spass col sò spingìn col tremille-lerillerà.

Di quindici anni facevo all'amore
dàghela avanti un passo
delizia del mio cuore.

A sedici anni ho preso marito
dàghela avanti un passo
delizia del mio cuore.

A diciassette mi sono stradìta
dàghela avanti un passo
delizia del mio cuor.

La vén, la vén, la vén a la finestra
l'è tutta, l'è tutta, l'è tutta inzipriada
la dìs, la dìs, la dìs che l'è malada
per non, per non, per non mangiar polenta

bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridàre
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridàr.

Le baciai, le baciai il bel visetto,
cium, cium, cium,
La mi disse, la mi disse: oh mio diletto
cium, cium, cium,
là più basso, là più basso, in quel boschetto,
cium, cium, cium,
anderemo, anderemo a riposar.
Ta-ra-ta-ta-ta-tam.

E la bella Gigogìn col tremille-lerillellera
la va a spass col sò spingìn col tremille-lerillerà.