Bocca di rosa, significato

di Fabrizio De Andrè
Significato della canzone Bocca di rosa di Fabrizio De Andrè
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Per me, per capire veramente chi fosse "Bocca di Rosa", dobbiamo innanzitutto conoscere gli altri personaggi femminili presenti nell'album Volume I.

 De André ci presenta Barbara, come ragazza giovane e senza pensieri che rimanda l'amore vero ad un'altra età. 
Quindi, possiamo dire senza troppa poesia, che Barbara è una ragazza a cui piace divertirsi senza preoccuparsi troppo per chi le sta innanzi... "gioca con gli occhi e con il cuore di chi forse la odierà"...

Su "Via del Campo" troviamo una donna che sicuramente è una prostituta e che viene presentata con occhi molto diversi. 
Lei passa da essere "graziosa" a "bambina" a "puttana"...

Troviamo anche la "mirabile visione" su Carlo Martello, che si concede al sire per "rispetto alla corona" (tentando di approfittare solo dopo do ciò che è successo).

Bocca di Rosa non è niente di tutto ciò... lei è una donna che mette l'amore sopra ogni cosa e, ci dice Faber, non lo fa per professione. 

La canzone trae in inganno, in quanto ci fa intendere che la donna sia una libertina... io, personalmente, non percepisco questo. 
Il controsenso più grande è dato dal fatto che le comari di Sant'Ilario vengono presentate come "cagnette". 
Se Bocca di Rosa fosse una libertina/prostituta, le cagnette avrebbero tutto il diritto di arrabbiarsi, invece la canzone difende abbastanza palesemente la donna. 
Per me, Bocca di Rosa è una persona estremamente buona verso il prossimo, tanto che scatena le ire di coloro che non riescono ad essere come lei. 
La vecchia zitella, che si sente come Gesù nel tempio e che non ha mai provato l'amore (di nessun tipo), per me rappresenta il cosiddetto lupo travestito da pecora, tanto che "corrompe" le cagnette gelose che si appellano alla giustizia terrena (i gendarmi) per cacciare la donna.

Bella la frase scritta nel cartellone "con te se ne parte la primavera" (la primavera indica la novità... l'amore nuovo). 

Il riscatto per Bocca di Rosa avviene nel paese successivo (molta più gente di quando partiva).
L'amore attira le folle. Ovviamente tra quella folla c'è anche chi la schernisce (chi si prenota per due ore). 

Mi viene da chiedermi a questo punto se l'amor profano è Bocca di Rosa oppure è il parroco (che tra un miserere e un'estrema unzione si concede il bene effimero della bellezza). Detto questo, magari bestemmierò, ma secondo me Bocca di Rosa è una sorta di messia.

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Anonimo

Scusate gli errori, ma scrivo dal cellulare... ?

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Sto leggendo le interpretazioni di alcune canzoni di De Andrè, e sono tutte molto belle..però.. ti faccio presente che De Andrè scrive, nella prima parte della canzone, "...tutti si accorsero con uno sguardo che non si trattava di un missionario". Non so, forse da questo, mi sembra evidente che l'immagine di Bocca di Rosa sia quella di una libertina.

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Beh, dice chiaramente "E rivolgendosi alle cornute" quindi è chiaro cosa e con chi faceva Bocca di Rosa...

Da quello che so, la canzone è ispirata da una prostituta che conosceva l'autore di Genova.

Immagine dell'utente Lia | 23 Punti
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Io non so se l'ispirazione di questa canzone sia o meno giunta da una prostituta; ma questo commento è piuttosto fuorviante e fa intendere che bocca di rosa, la protagonista del brano, sia anch'essa una prostituta, cosa non vera.

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la prostituta non lo fa per passione ma per campare ..

Non so se sono l'unico, ma noto un certo numero di parallelismi con la lupa di Verga.
Ditemi che ne pensate

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Oddio l'ho pensato pure io ahaha

“Bocca di Rosa” è un brano scritto da Fabrizio De André con la collaborazione di Gian Piero Reverberi, pubblicato per la prima volta nel lontano 1967. Dapprima fu inciso in un singolo (quarantacinque giri) contenente anche “Via del Campo”, poi venne inserito nell'album (trentatré giri) “Volume uno” uscito nello stesso anno.
E' questa una delle canzoni più emblematiche fra quelle composte dal cantautore genovese, entrata nell'immaginario collettivo al punto che l'espressione “Bocca di Rosa” è assurta nel linguaggio comune a metafora di prostituta, nonostante il personaggio della canzone (come diremo) non fosse affatto tale.
Si tratta di una lunga ballata, composta da ben diciannove quartine a metrica diseguale, nelle quali non tutti i versi sono in rima e, quando lo sono, le rime si susseguono a volte baciate e a volte alternate.
La canzone racconta, con un linguaggio molto diretto, una storia di paese apparentemente tanto scandalosa quanto banale, ma in realtà il testo e il suo significato sono tutt'altro che ovvi, considerata la ricchezza di figure umane, costumi e sentimenti resi con espressioni allusive e dissacranti, per di più contestualizzate nell'Italia degli anni sessanta del secolo scorso, pervasa da bigottismo (spesso di facciata) e da un diffuso conformismo.
Ne scaturisce uno spaccato sociale, nel quale le dinamiche sono quelle tipiche dell'agire umano in base a sentimenti, tabù, risentimenti e pregiudizi prevalenti e irriducibili, destinati, in una sorta di circolo vizioso perenne, a produrre sempre gli stessi risultati.
Come molte canzoni di De André, anche questa, nonostante l'orecchiabilità e il testo accattivante, rimase per lungo tempo nel sottobosco del panorama musicale dell'epoca. Conosciuta dagli appassionati e ascoltata quasi con discrezione, privatamente, senza nessuna diffusione da parte di radio e televisione.
Le cose cambiarono in occasione del concerto del cantautore con la P.F.M., quando il grande successo di quell'evento coronato da un doppio vinile di esecuzioni dal vivo, lanciò definitivamente presso il grande pubblico questo e altri brani. L' esito fu determinato sia dai nuovi arrangiamenti della Premiata Forneria, sia da un'evoluta mentalità degli ascoltatori, molto più aperta e disinibita. 
Il racconto è ambientato in una provincia italiana: il “paesino di Sant'Ilario”. Probabilmente per motivi di metrica e di assonanza, De André rinunciò al proposito di adottare un nome di fantasia (San Vicario) anziché un toponimo realmente esistente, in quanto quest'ultimo meglio si prestava alla scrittura dei versi. Anche se in Italia ci sono sette località chiamate Sant'Ilario, è verosimile che per affinità con la terra natia, il cantautore abbia pensato all'ex comune di Sant'Ilario che, inglobato durante il fascismo nella “grande Genova”, è oggi uno dei quartieri più caratteristici e suggestivi del capoluogo ligure.
Comunque sia, è certo che a De André non interessava affatto riferirsi a un luogo preciso, perché ciò non avrebbe avuto alcuna rilevanza per quanto egli intendeva esprimere nella canzone. 
La grande efficacia comunicativa del testo è data dalla capacità dell'autore di “raffigurare” con le parole tante rappresentazioni, come delle istantanee, dando all'ascoltatore la sensazione di un susseguirsi di immagini che racchiudono i momenti e i significati simbolici del racconto e dei diversi personaggi che interagiscono nella vicenda. 
Gli avvenimenti sono scanditi al passato, alternando prevalentemente l'imperfetto a un “presente storico” e “atemporale”, che serve anche ad avvicinare i fatti all'ascoltatore e a conferire a Bocca di Rosa una sorta di aurea quasi leggendaria: un personaggio (forse) esistito, eccezionalmente, in una parentesi straordinaria, felice e genuina, di autentica libertà dal (pre)ordinato svolgersi degli eventi umani e a dispetto di quello che De André chiama “ordine costituito”. 
L'incipit della canzone è: “La chiamavano Bocca di Rosa....”, una definizione che caratterizza subito il personaggio in maniera ambigua, volutamente allusiva ma non volgare. Poi: “...metteva l'amore...sopra ogni cosa”. 
Anche se si è portati a pensare ad un “amore” solo sessuale, come diremo De André si riferisce ad un sentimento non certo romantico, ma emotivamente più coinvolgente di un erotismo fine a se stesso. 
Nella seconda quartina c'è un paragone che, forse casualmente, ritroveremo centrale, anche se in altri termini, nella strofa di chiusura: “...tutti si accorsero...che non si trattava di un missionario“. Ciò consente all'autore di evidenziare la distanza fra la protagonista e la religione vista come parte del sistema (ordine).
Però è nella terza strofa che De André delinea le diverse “motivazioni” dell'amore di cui sopra: “c'è chi...lo fa per noia...., per professione...., per passione”. E' la passione il movente di Bocca di Rosa (“...lei lo faceva per passione...”) e non la noia o la professione. Il che ci fa capire che il personaggio non è una prostituta ma, semmai, una “passionaria” dell'amore sensuale.
Tale stato emotivo la porta ad agire “...senza indagare se il concupito ha il cuore libero oppure ha moglie...” e ad attirarsi addosso “...l'ira funesta delle cagnette a cui aveva sottratto l'osso...”. Si tratta di un'ironia schernitrice, che ci rimanda a delle figure di persone chiuse, limitate, represse e astiose per l'invidia, perché incapaci della stessa passione della protagonista. Sono tali le “...comari di paesino...” che “...si limitavano all'invettiva”. 
Dopo la passione e l'invidia, nella settima strofa arriva l'ipocrisia: “...sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli se non può dare il cattivo esempio”. E' la doppiezza della “...vecchia mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie...”, un modo di essere e di agire che il cantautore ritiene molto diffuso, come si capisce dalla prima parte del verso, quando riferisce tale comportamento alla gente in generale. Una sorta di “doppia faccia” e “doppia morale” di chi contesta agli altri ciò che invece ritiene lecito per se stesso. 
E' questa ipocrisia, che De André vede come costante dell'agire, che porta la vecchia ad aizzare le comari di Sant'Ilario contro Bocca di Rosa ("...rivolgendosi alle cornute..."), evocando “...l'ordine costituito...” per punire “...il furto d'amore...”.
Il sistema di regole è incarnato dal Commissario e dai quattro gendarmi “...con i pennacchi e con le armi...” che lo impersonano e ne sono i simboli e gli esecutori. Ma essi, in quanto persone, sono sensibili alla passione di Bocca di Rosa, tanto che “... quella volta a prendere il treno l'accompagnarono mal volentieri...”. 
Quindi, la protagonista è stata espulsa dal paesino di Sant'Ilario a causa delle “comari” invidiose, capeggiate da una vecchia dalla doppia faccia e dalla doppia morale, che ha dato “buoni consigli” non potendo dare il "cattivo esempio". Ma anche se il sentire umano di chi deve eseguirne l'allontanamento ne avverte l'ingiustizia, egli deve comunque fare (mal volentieri) il suo dovere e, quindi, l'ordine costituito si impone sempre ai sentimenti umani. 
E' nelle ultime strofe che i limiti d'azione di tale ordine sono evidenti, perché tutti gli uomini del paese sono alla stazione a salutare con grande rimpianto Bocca di Rosa, che ha regalato loro un periodo di libertà, di fuga da un amore finto, routinario, doveroso e meccanico (...addio Bocca di Rosa, con te se ne va la primavera...”).
Ma le notizie straordinarie si diffondono velocemente (“...come una freccia dall'arco scocca, vola veloce di bocca in bocca...”) e anche alla stazione successiva frotte di persone attendono Bocca di Rosa, fra cui il parroco del paese che la vuole con sé in processione. 
Se nella seconda strofa la protagonista e il missionario erano due mondi paralleli, in quest'ultima quartina Bocca di Rosa e il parroco sono l'una accanto all'altro, ma il paragone che De André fa è, se possibile, ancora più universale, perché l' "amore sacro" e quello "profano" procedono insieme nella processione come, potremmo dire, nella vita di ciascuno di noi ("...e con la Vergine in prima fila e Bocca di Rosa poco lontano, si porta a spasso per il paese l'amore sacro e l'amor profano"). 
Da notare che anche se il parallelismo evidente è fra la protagonista (amore profano) e la Vergine Maria (amore sacro), De André ci dice che: “...anche il parroco...non disprezza....il bene effimero della bellezza...”, creando così un simbolismo di sfondo alla metafora principale. Ecco che ancora una volta è evidenziato con un verso semplice, la dicotomia fra il sentire autentico e l'agire dovuto.
A dispetto delle regole imposte, i diversi moti dell'animo emergono sempre, nonostante invidie, ipocrisie e poteri vari, perché ciò che è nell'umano non è sopprimibile ma, tutt'al più apparentemente controllabile, foss'anche da un ordine costituito.
Potremmo dire che De André vede la “processione” come un'allegoria dello scorrere della vita: un dispiegarsi continuo di quelle aspirazioni autentiche, sentimenti e speranze destinati ora a scontrarsi ferocemente e ora a incontrarsi, in una dinamica perpetua. Ma è la necessità di aderire a un complesso di regole (etiche, morali, giuridiche, ecc...) che determina la doppiezza fra essere e apparire, fra dire e fare, fra sincerità e ipocrisia.
 
Bisogna infine precisare che nella versione originaria i versi della dodicesima strofa erano: “Spesso gli sbirri e i Carabinieri al proprio dovere vengono meno, ma non quando sono in alta uniforme e l'accompagnarono al primo treno”. Successivamente De André riscriverà interamente la quartina nel seguente testo: “Il cuore tenero non è una dote di cui sian colmi i Carabinieri, ma quella volta a prendere il treno l'accompagnarono malvolentieri”.


Immagine dell'utente Ron | 13 Punti
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