Le cose in comune

di Daniele Silvestri · 1995

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Oggi questa canzone la canta anche chi nel 1995 non era ancora nato. Alfa, genovese, classe 2000, ne ha pubblicato una sua versione nel 2023 e la porta ancora sul palco: nell'ultima data del suo tour al Forum di Assago, raccontata da Sky TG24 il 25 ottobre, è arrivata con un assolo di sax, mentre lui si lasciava andare a ballare davanti a un palazzetto tutto esaurito.

Credo di capire perché passi così bene da una generazione all'altra. Il ragazzo della canzone misura l'affinità con una lista di cantanti, piatti e passioni, ed è quello che si fa adesso confrontando playlist e profili prima di un primo appuntamento. La domanda su cosa abbiamo in comune ha solo cambiato schermo, e chi la canta a vent'anni la riconosce al primo ascolto.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • Le cose in comune vinse la Targa Tenco 1995 per la migliore canzone, assegnata a Daniele Silvestri e a Enzo Miceli. Il testo è di Silvestri, la musica di entrambi; Miceli produsse anche Prima di essere un uomo, il secondo album del cantautore, uscito nel 1995. Nel brano suonano Faso al basso e Demo Morselli a tromba e flicorno.
    Fonte: clubtenco.it
  • 21 ottobre 2017
    Il 21 ottobre 2017 Silvestri chiamò Cose che abbiamo in comune la serata speciale al Mediolanum Forum di Assago, con Manuel Agnelli, Samuele Bersani, Carmen Consoli, Niccolò Fabi, Max Gazzè e Diodato. Nel bis la canzone fu cantata da tutti insieme sul palco.
    Fonte: spettakolo.it
Due braccia, due mani, due gambe, due piedi. Se bastasse questo per amarsi, potrei fidanzarmi con chiunque salga su un autobus. Secondo me il senso della canzone comincia proprio da questa comicità anatomica: un corteggiamento fatto di prove che non provano niente.

Il ragazzo che parla ha il metodo di un avvocato che prepara l'arringa: elenca, somma, accumula indizi davanti a una giuria di una persona sola. I gusti musicali, il cibo, il vino, l'età: tutto quello che mette sul tavolo lo condividono milioni di coetanei. Lui lo sa, credo, e proprio per questo insiste. L'elenco non serve a convincere lei, serve a rassicurare lui: chi ha bisogno di contare le somiglianze, in fondo, ha paura delle differenze.

E le differenze sono le uniche cose vere della canzone. Sono due, e Silvestri le mette nei punti più esposti. La prima arriva subito, in coda all'inventario del corpo.

Soltanto lo sguardo non è proprio uguale

Lui se la cava con un complimento, il suo sguardo è normale e quello di lei troppo bello, ma intanto ha ammesso che negli occhi, cioè dove si guarda il mondo, i due non coincidono. La seconda differenza sta nell'ultima riga del ritornello, quando al suo pianto lei risponde ridendo. Per sette righe i due si sono specchiati in tutto, come un'eco; all'ottava lo specchio si incrina. Io non ci sento crudeltà. Ci sento una ragazza che non si lascia ridurre a un riflesso, e che forse ride proprio di tutta quella contabilità.

C'è poi un verso che mi riporta sempre a un libro molto più antico.

Che avevi le mie stesse identiche ossa

Nella Genesi, quando Dio gli conduce la donna, Adamo dice: "Questa volta è osso dalle mie ossa". Io la leggo come una prima frase d'amore, una frase di riconoscimento: sei fatta della mia stessa materia. Il verso di Silvestri mi fa pensare a quel riconoscimento, trasformato in una scoperta da lezione di anatomia. Fa ridere, ma sotto resta la vecchia idea che amare voglia dire ritrovare se stessi in un altro. Ed è l'idea che la canzone, senza dichiararlo, smonta.

Anche il tempo è diviso male. A lui è bastata un'ora, e lo ripete come un argomento definitivo; lei chiede ancora qualcosa, e lui non capisce cosa. Cosa ti serve ancora, domanda, e la domanda resta senza risposta perché la risposta è proprio ciò che un elenco non può contenere. L'amore non è la somma delle cose in comune: è quello che resta fuori dal conto.

Dove mi convince meno è nell'insistenza. Riascoltata oggi, la raffica di domande del ragazzo ha qualcosa di pressante, da chi non accetta un'esitazione. La canzone si salva perché lo sa: il ragazzo è il primo bersaglio della sua ironia, non il suo eroe, e la musica leggera, quasi saltellante, gli toglie ogni solennità.

Resta la domanda che la canzone lascia aperta. Quella risata finale è un rifiuto o l'inizio vero della storia? Io tendo a credere la seconda cosa: ridere di chi piange è crudele, ma ridere di uno che si affanna a dimostrarti che siete uguali può essere il primo segno di affetto. Non ne sono sicuro, però, e mi piace che Silvestri non lo dica.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Foto: Danilo Samà · www.danilosama.ph, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Frasi commentate

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  1. Fin quanto lo stereo la può sopportare
    da Le cose in comune, Daniele Silvestri

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