Vietato morire, significato

di Ermal Meta
Significato della canzone Vietato morire di Ermal Meta

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Vietato morire è il brano con cui Ermal Meta è arrivato terzo sul palco di Sanremo 2017. Con questa canzone il cantautore ha vinto però il premio della Critica Mia Martini e il premio di miglior cover interpretando il toccante pezzo di modugno Amara terra mia (testo di Enrica Bonaccorti e Domenico Modugno)

Già parte dal 2007 del gruppo indie-rock La fame di Camilla e noto al grande pubblico per i suoi legami con la trasmissione televisiva Amici (condotta da Maria De Filippi), con questo brano invita a una riflessione molto profonda su un tema importante, quanto purtroppo trasversalmente presente nel quotidiano di moltissime persone.

Si tratta di una canzone dedicata al tema della violenza domestica, in ogni sua forma. Sebbene in numerose interviste il cantautore abbia leggermente traslato il primo significato che emerge all’ascolto del brano, per soffermarsi su un concetto molto più ampio: la disobbedienza.
Ma cosa centra la disobbedienza con Vietato morire? Ovvero con le memorie adulte dell’esperienza di Meta bambino con un padre violento?

Ermal Meta rispetto a questo ha dichiarato: “Disobbediscono quelli che usano la propria testa”, “imparare a dire di no a tutto quello che mette a repentaglio uno stato sereno”, “e il momento giusto è adesso, perchè è urgente e necessario”.

La disubbidienza è come un martello, dichiara il cantautore in un’intervista dove chiarisce che, sebbene Vietato morire parli di violenza, la violenza è solo l’occasione per parlare dei modi di vivere che possiamo scegliere.
In questa intervista Meta racconta in prima persona la genesi di questa canzone:

In questo il termine disobbedienza acquisisce una posizione di primissimo piano: mi sembra affiori è la disobbedienza ai modelli educativi che abbiamo avuto, i quali possono essere emotivamente sbagliati e ciascuno di noi deve essere in grado di riconoscere questo errore e prenderne le distanze. Trovare in autonomia la propria strada, che cosa è giusto per noi, seguire un percorso che è fatto - ad un tempo - di gesti amorevoli e di cultura.

Nella pagina di wikipedia dedicata a questo pezzo si legge che “il brano funge da seguito per il singolo Lettera a mio padre del 2014, nel quale Meta descriveva il rapporto conflittuale con una figura paterna violenta.”

La ballata racconta inizialmente di un bambino, dell’imbarazzo del farsi vedere a scuola coi lividi, i segni del padre sul volto.

Chiaramente dedicata alla madre (come ha dichiarato lo stesso Meta), la madre è anche l’interlocutrice silenziosa cui nel brano il cantautore si rivolge, in questo disperato e speranzoso tentativo di trasformare il tanto odio raccolto in amore.

Ma, appunto, non si tratta di una critica nei confronti della violenza del padre verso il figlio, o meglio, non solo. Oltre al tema della disobbedienza, la denuncia secondo me potrebbe essere rivolta (più a 360°) nei confronti delle modalità distorte di esercizio del potere e della rabbia all’interno dei nuclei familiari, come secondo me ben esplicita la frase: e ricorda cha l’amore non colpisce in faccia mai.

Il bambino della prima strofa, fattosi adulto, riconosce l’enorme sacrificio della madre nel rinunciare ai propri sogni, alla propria dignità e al soccombere alla paura per salvarlo. Ma ad un tempo molto intenso il riconoscimento di come la madre, sebbene immersa in un clima ostile e corrosivo, abbia dedicato la propria vita alla trasformazione di quest’odio in amore, affinchè fosse quest’ultimo a educare il figlio: E la fatica che hai dovuto fare/Da un libro di odio ad insegnarmi l’amore

E proprio questo potere trasformante della madre potrebbe a mio giudizio essere una delle chiavi di lettura del significato di questo brano. Intorno alla madre si raccolgono infatti una serie di riferimenti che mettono in luce la magia di cui questa donna era capace: la sua collana stretta tra le sue mani di bimbo, crea una sorta di sovrapposizione con l’immagine di un amuleto.

Un amuleto che è in grado di far diventare il bambino grande, dargli la forza di reagire (anche se ha ancora i pantaloncini) e capire che la grandezza di un essere umano è proporzionale all’amore che è in grado di offrire.

Nel video si vede un gran numero di persone che inizia a seguire Meta. All’inizio il cantautore cammina da solo poi, via via che il suo appello si estende, la gente si aggiunge alla marcia.
Questo a significare che più è diffuso il parlare di queste problematiche e più c’è una risposta da parte di chi ne è afflitto, perchè l’esplicitazione della violenza domestica porta al superamento di quell’alone di timore, vergogna e senso di colpa che attorniano le vittime.

Rispetto a questo, molto interessanti i commenti di alcune testate giornalistiche in concomitanza dell’uscita di questo pezzo (che si ricorda risale a Sanremo 2017) vi è un condiviso apprezzamento nei confronti della tematica scelta, sia per la sua - purtroppo - attualità, sia per la sua componente autobiografica, giacchè Meta muove da un’esperienza vissuta da piccolo e che culmina nell’abbandonare l’Albania quando aveva 13 anni, trasferirsi con la madre in Italia e troncare qualsiasi rapporto con il padre violento.
Ve ne riporto alcuni a titolo esemplificativo, alla fine delle citazioni potete trovare la fonte dove leggere tutti i commenti delle maggiori testate giornalistiche e radio:

“Un brano dedicato alla mamma ma in chiave diversa, denuncia la violenza sulle donne. “Ricorda che l’amore non colpisce”. Arriva dritto al cuore, da premio della critica. 7,5” [Gabriella Mancini, Gazzetta.it]

“Sempre di mamma si tratta, ma all’estremo opposto di D’Alessio, una mamma eroica che subisce violenza e cerca di difendere il figlio da un padre violento, convincendolo che la vita si può misurare con altro. Da applauso” [Gino Castaldo, La Repubblica]

“Ermal Meta dedica «Vietato morire» alla mamma che lo portò via dall’Albania: chitarre pop e allegre contrastano con la storia (il testo migliore) di una famiglia dove il padre alza le mani” [Andrea Lanfranchi, Il Corriere della Sera]

“Ermal Meta, che parla di violenza domestica (e autobiografica) ai danni di un bambino e di sua madre tocca picchi di assoluta eccellenza, non solo emotiva” [Paolo Giordano, Il giornale]

“Scuote con <> dove racconta il primo giorno di scuola e «Il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia», e il ricordo della mamma percossa si trascina nella crescita. Un inno accorato contro la violenza domestica, già candidato al premio della Critica” [Marinella Venegoni, La Stampa]

“Ermal è in carriera, ha già fatto una canzone sul padre violento, ora riconosce alla madre di avergli insegnato la libertà subendo troppo dal consorte. Piacerà, ma attenti a non far diventare di moda anche le tragedie domestiche. Ermal invece dovrà sopportare il peso della sua scelta” [Renato Tortarolo, Il secolo XIX]

“Una rara incursione nella realtà, un ricordo della madre ma come vittima della violenza di un uomo. Il testo migliore del festival e uno dei brani più interessanti” [Paolo Biamonte, Il secolo XIX]

“Ermal Meta è uno dei miei preferito in assoluto. Autore stimatissimo da anni, italiano di origini albanesi (è arrivato nel nostro paese da bambino su un traghetto, come Ermal ha precisato), l’anno scorso aveva spaccato le radio con il suo singolo Odio le favole, che parlava d’amore. Quest’anno torna con un pezzo dedicato a sua madre in cui racconta di violenze domestiche, e lo fa con una poesia e una delicatezza tali che mi è scesa la lacrimuccia (pure a Conti è scesa la lacrimuccia). Il brano ha un arrangiamento bellissimo, un suono pieno. Alla fine, abbiamo tutti applaudito, tutti abbiamo detto bravo. Ermal Meta ha già vinto il premio della critica. Indice karaoke: 8” [Maria Elena Barnabi, Cosmopolitan]

(fonte: https://recensiamomusica.com/sanremo-2017-la-scheda-di-ermal-meta-tutto-quello-che-ce-da-sapere/)

In chiusura vi segnalo altre due interviste che sono state fatte al cantautore, utili secondo me per capire più nel complesso il cantautore e quindi mettere a fuoco a un livello diverso l’ispirazione che sta al fondo di questa canzone:

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