Incontro

di Francesco Guccini · 1972

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Si dice che Incontro sia una canzone sul tempo, e il tempo in effetti torna di continuo. Ma riascoltandola con il testo davanti mi ha colpito un'altra parola, che ritorna quattro volte e che finisce per reggere tutto: frasi. Da allora la sento meno come una canzone sulla nostalgia e più come una canzone sul non riuscire a dire.

I due si ritrovano dopo dieci anni, hanno un decennio da raccontarsi, e il verso successivo li blocca subito: "ma le frasi rimanevan dentro in noi". Quello che esce è il dialogo più banale del mondo, le domande di rito sul lavoro e sui bei tempi, lasciato così com'è, senza abbellirlo. Poi la cena a casa di lei, il tempo rincorso a tavola come due vecchi, i miti di allora ormai morti. E per tutta la cena la cosa vera non viene detta. Arriva solo dopo, alla stazione, tra carte e vento e luci accese, quando lei in breve gli racconta la sua situazione: il compagno si è tolto la vita. Il narratore ci mette accanto un giudizio, "come in un libro scritto male", e io in quel paragone sento un imbarazzo preciso: quando la vita somiglia a un brutto romanzo, raccontarla suona falso, e allora la si dice in fretta, sul binario, quando non c'è più tempo per parlarne.

Il verso che per me è il cuore della canzone è quello dello squilibrio, che chiude proprio quel congedo: lei che racconta "dieci anni in poche frasi ed io i miei in un solo saluto". Lei almeno ci prova; lui no. È una confessione di reticenza, quasi di avarizia. E qui succede la cosa che trovo più bella: il lungo discorso finale, quello che comincia chiamandola amica e prova a tirare le somme sul tempo che prende e dà, lui non lo dice a lei. Lo pensa in treno, cullato dal vagone, quando lei non è più lì. Tutte le parole che a tavola e sul binario non sono uscite arrivano dopo, rivolte a una persona assente. La canzone, in fondo, è il saluto lungo che non ha fatto alla stazione.

Anche il tono mi sembra più ironico che malinconico, e lo sento in certi dettagli. Le stoviglie color nostalgia a me riportano a Gozzano, all'azzurro di stoviglia degli occhi della Signorina Felicita, e non è un'eco qualsiasi: Gozzano è il poeta che si guarda provare un sentimento e un po' se ne vergogna. Lo stesso fa il narratore di Incontro con la sua cortesia nuova, in quella casa dove solo adesso, da adulto, capisce gli specchi, i quadri, i soprammobili e i genitori di lei. E la tristezza che li avvolge come miele, per come la sento io, non è dolcezza: è una cosa che si appiccica addosso. È l'ironia di chi si accorge di commuoversi.

Dove mi convince meno è proprio quando il pensiero si fa massima, nella corsa verso una direzione che nessuno conosce: lì la canzone prende un tono da quaderno di filosofia, e si sente. Molto più vere mi sembrano le case illuminate viste dal treno, che non spiegano niente. E poi c'è l'ultima immagine, quelle "frasi vuote nella testa". Mi resta un dubbio: questa canzone è il discorso che finalmente lui riesce a fare, o è solo un'altra di quelle frasi, scritta bene per non doverla dire?

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

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Foto: Niccolò Caranti, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

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