Germi si ascolta prima come rumore e rabbia, due minuti e mezzo di chitarre addosso. A leggerla con calma, però, ci si accorge di una cosa semplice che per me cambia tutto: a parlare non è un uomo che ha paura di ammalarsi, è il germe. La prima persona della canzone appartiene alla cosa che entra.
Basta rileggere l'inizio con questa chiave. Chi dice "sono" nei primi due versi si presenta come una presenza che si offre, "qui per te", con la gentilezza di chi bussa. Non minaccia: si propone. E quando arriva a dire chi comanda, lo dice senza giri:
Ed è un grande padrone che vuole il tuo nome
Qui mi fermo, perché è il verso che secondo me regge la canzone. Un germe vero vuole il tuo corpo; questo vuole il tuo nome, cioè quello che ti rende qualcuno. Lo leggo come un'idea, un'abitudine, un modo di pensare che si installa dentro e alla fine parla al posto tuo. Il contagio di cui si canta è un contagio d'identità, non di febbre.
L'altra voce, quella di chi ospita il germe, parla pochissimo: constata che la cosa cresce dentro e fa una domanda, sempre la stessa.
Cos'è? Cos'è? Cos'è?
Mi colpisce che non chieda mai perché, né come si guarisce. Chiede solo di dare un nome alla cosa. Ed è proprio il nome che il germe si è preso. Per questo la domanda gira a vuoto: chi è stato abitato non ha più le parole per dire da cosa. È il punto in cui una canzone che sembra solo urlata diventa una piccola tragedia della lingua.
C'è un nodo che non so sciogliere del tutto. Il ritornello è un ordine, inocula, ma chi lo dà? Se parla il germe, chiede a chi ascolta di diventare a sua volta portatore. Se parla l'ospite, chiede di essere contagiato, come chi si arrende a qualcosa che lo spaventa e insieme lo attira. Io propendo per la prima lettura, perché nella seconda strofa il discorso passa ai figli, a chi viene dopo: il germe non vuole solo te, vuole passare oltre. Ma il testo lascia aperte tutte e due le porte, e forse lo fa apposta.
Non serve nemmeno cercare in ogni verso un significato chiuso. Nei testi di questo disco c'è il cut-up, frasi tagliate e rimontate, e certe immagini stanno insieme più per attrito che per logica. Secondo me qui il metodo e il tema coincidono: una lingua fatta a pezzi e ricucita è proprio quello che resta a chi è stato occupato da una voce estranea. Lo scompiglio delle frasi è il sintomo, non un difetto.
Alla fine il germe dice la cosa che mi inquieta più di ogni urlo: davanti a lui il bene e il male non contano. È la sua forza. Non ha bisogno di essere giusto, gli basta riprodursi.
Fonti: Germi (album), Wikipedia (il cut-up nei testi del disco).
A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.









