Te voglio bene assaje

di Roberto Murolo e Raffaele Sacco · 1839

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Ha quasi due secoli e continua a viaggiare. Nel 2025 una versione di Alessandra Tumolillo, cantautrice napoletana, entra nella colonna sonora di Un altro piccolo favore, il film americano di Paul Feig con Blake Lively e Anna Kendrick; nello stesso anno Tumolillo la incide per chitarra e voce in Postcards from Naples. Un canto della vecchia Piedigrotta arriva così al pubblico di tutto il mondo.

E le parole del titolo non se ne sono mai andate: "Te voglio bene assaje" apre anche il ritornello di Caruso di Lucio Dalla. Chi le canta oggi pensando a Dalla ripete, magari senza saperlo, una frase che Napoli cantava già nell'Ottocento.

Ettore · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • Per tradizione la musica di Te voglio bene assaje è stata attribuita a Gaetano Donizetti, che però aveva lasciato Napoli nell'ottobre 1838. Storici come Ettore De Mura la ritengono probabilmente di Filippo Campanella, amico di Raffaele Sacco. In pochi mesi se ne vendettero 180.000 copielle, i fogli con parole e musica.
    Fonte: it.wikipedia.org
Quasi tutti conoscono di questa canzone solo il ritornello, e lo cantano con un sorriso, come una dichiarazione d'amore. Ma se si va a leggere da dove comincia, si scopre che non comincia con una dichiarazione. Comincia nel mezzo di un litigio.
'Nzomma songh'io lo fauzo?
"Insomma, sarei io il falso?" È la risposta di uno che è appena stato accusato. Noi non sentiamo l'accusa, arriviamo quando lei ha già parlato, e lui si difende con un "'nzomma" che conosciamo tutti, quello di chi alza le mani al cielo. Subito dopo vorrebbe maledire il giorno in cui l'ha amata. Secondo la versione più accreditata Raffaele Sacco dedicò questi versi a una signora, e alludono a una polemica scherzosa sulla sua presunta doppiezza. Io ci credo volentieri: è un litigio, sì, ma di quelli che si fanno sapendo di essere guardati.

Perché lui recita, e lo fa benissimo. Nelle strofe seguenti è magro, pallido, insonne, e alla fine si immagina morto, ridotto in cenere, con lei che lo piange e va ad aprire la sua fossa per ritrovarlo. È il lamento dell'innamorato portato all'estremo, quasi fino al comico. Mi pare che il pubblico di Napoli, che la cantò ovunque, abbia capito benissimo il gioco: si soffre, ma si soffre in scena, e un po' ci si diverte.

Eppure, in mezzo a tutto questo teatro, c'è una strofa che a me sembra la più vera.
Saccio ca non vuó' scennere
la grada quanno è scuro...
"So che non vuoi scendere la scala quando è buio." "'A grada" è la scala, quella di un palazzo napoletano senza luce. E lui le dice di andare rasente il muro e di appoggiarsi a lui. Non c'è più nessuna morte, nessuna lacrima: c'è un uomo che conosce una piccola paura di lei e le offre il braccio. Subito dopo si vanta, le chiede dove troverà mai un uomo così, e torna a fare lo spaccone. Ma per un momento la canzone ha mostrato l'amore dei gesti piccoli, quello che non ha bisogno del palcoscenico.

E allora il ritornello, riascoltato in questa luce, mi fa un altro effetto. "Io ti voglio tanto bene, e tu non pensi a me": detto da solo sembra un lamento disperato, ma dopo ogni strofa diventa quasi un ritornello di carattere, la frase che lui ripete per chiudere la discussione a suo favore. È curioso che una delle frasi più cantate di Napoli, da quasi due secoli, sia una lamentela. Forse è proprio per questo che piace: ognuno, almeno una volta, ha voluto bene a qualcuno che sembrava pensare ad altro, e ha preferito dirlo cantando.

Non sappiamo nemmeno con certezza chi l'abbia scritta. I versi si attribuiscono a Raffaele Sacco; la musica una lunga tradizione la dà a Gaetano Donizetti, mentre alcuni storici la ritengono di Filippo Campanella, amico di Sacco, e l'attribuzione resta discussa. A me pare quasi giusto così: una frase che tutti hanno cantato finisce per essere un po' di tutti.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

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'Nzomma songh'io lo fauzo?
Appila, sié' maesta:
Ca ll'arta toja è chesta
Lo dico 'mmeretá.
Io jastemmá vorría
lo juorno che t'amaje!

Io te voglio bene assaje...
e tu nun pienze a me!

Pecché quanno mme vide,
te 'ngrife comm'a jatt'?
Nenné', che t'aggio fatto,
ca nun mme puó' vedé?!
Io t'aggio amato tanto...
Si t'amo tu lo ssaje!

Io te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me!

La notte tutte dormono,
ma io che vuó' durmire?!
Penzanno a nénna mia,
mme sento ascevolí!
Li quarte d'ora sonano
a uno, a duje, a tre...

Io te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me!

Recòrdate lo juorno
ca stive a me becino,
e te scorréano, 'nzino,
le llacreme, accossí!...
Deciste a me: "Non chiagnere,
ca tu lo mio sarraje..."

Io te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me!

Guárdame 'nfaccia e vide
comme sòngo arredutto:
Sicco, peliento e brutto,
nennélla mia, pe' te!
Cusuto a filo duppio,
co' te mme vedarraje...

Io te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me!

Saccio ca non vuó' scennere
la grada quanno è scuro...
Vatténne muro muro,
appòjate 'ncuoll'a me...
Tu, n'ommo comm'a chisto,
addó' lo trovarraje?

Io te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me!

Quanno só' fatto cennere,
tanno mme chiagnarraje...
Sempe addimmannarraje:
Nennillo mio addó' è?!
La fossa mia tu arape
e llá mme trovarraje...

Io te voglio bene assaje...
e tu non pienze a me!

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