Pillole

di Ariete · 2020

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Io la rimetterei una sera in cui si torna da un viaggio e non si ha ancora voglia di arrivare a casa. Pillole è la canzone con cui molti hanno conosciuto Ariete, ed è diventata disco d'oro; ma non è rimasta legata al 2020. Cinque anni dopo l'uscita, lei l'ha scelta per aprire la sua sessione per World Cafe, il programma della radio pubblica americana NPR, nella puntata della serie dedicata a Roma.

Mi sembra un buon segno: una canzone nata per una persona sola arriva anche a chi non capisce le parole. Quello che passa è il tono, quasi parlato, di chi si confida senza alzare la voce, e si riconosce in qualsiasi lingua. Per sentire quanto sia cambiata quella voce, ascoltala subito prima di Che bella vita, uscita sei anni dopo.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • La prima riga di Pillole è nata sulla terrazza della stazione Termini, a Roma: Ariete lo ha raccontato a Noisyroad alla fine del 2020, parlando della genesi del brano, e di nuovo a Rockol nell'intervista per il Festival di Sanremo 2023, dove ha detto di aver scritto lì il brano.
    Fonte: rockol.it
Comincio da un verbo che passa quasi inosservato, nel ritornello: "giro". Chi sta in una stazione di solito parte, arriva, aspetta seduto con il biglietto in mano. Ariete invece gira Termini, cioè ci cammina dentro senza andare da nessuna parte. È la cosa più lontana dall'idea di stazione che conosco, e per me è il centro della canzone: restare dove tutti se ne vanno.

Lo dice già la prima riga, che è un piccolo paradosso detto con naturalezza:
Associo Roma a cose brutte, ma non posso andarmene
Non c'è un motivo, c'è solo quel "ma". La città fa male e proprio per questo trattiene. Mi è tornato in mente Marc Augé, l'antropologo che chiamava "nonluoghi" gli aeroporti, le sale d'aspetto, i centri commerciali: spazi di passaggio dove si incrociano migliaia di persone senza entrare in relazione. Questa canzone fa il contrario. Prende la stazione più grande di Roma, che di quei nonluoghi è parente stretta, e ne fa il posto più privato che ci sia, quello dove si consuma un'attesa che non riguarda nessun treno.

Poi ci sono le pillole, che danno il titolo e che io non leggerei né come scandalo né come vanto. Sono dette quasi di passaggio, con la stessa voce con cui si direbbe "prendo un caffè". La parola che le fa eco, piccole, mi sembra la chiave vera: la calma chimica e il sentirsi piccoli stanno nello stesso ritornello, una spiega l'altra. Non si prende qualcosa per stare bene, ma per reggere una stanza diventata troppo grande da quando l'altra se n'è andata.

La parte che mi convince di più è anche la più contraddittoria. Nella prima strofa c'è una condizione netta, quasi adulta: non ti voglio se non sei convinta. Nella seconda la stessa frase torna, e viene subito smentita:
E non ti voglio se non sei convinta di volermi bene
Però ti voglio perché senza te io bene non ci sto
Qui c'è tutta l'onestà della canzone. Il principio e il bisogno si parlano a una riga di distanza, e vince il bisogno. Il tu è una ragazza, lo dicono i femminili del testo, e la canzone non ne fa un tema: è semplicemente la persona che manca. Mi piace che la dignità ceda senza vergogna, perché chi è stato lasciato sa che va così.

Dove la canzone mi convince meno è nel ritornello, che ripete la sua formula quasi identica tre volte e nel finale non aggiunge nulla, come se avesse paura di sbilanciarsi oltre quel giro. Forse è voluto: anche il ritornello gira Termini, e non parte. Ma resto con un dubbio che non so sciogliere. Chi cammina in tondo in una stazione sta aspettando qualcuno che arrivi, o sta rimandando il momento di salire su un treno e andarsene davvero?

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

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