Quel bar

di Ariete · 2019

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

La rimetto quando penso a quanto tempo passiamo a osservare qualcuno da lontano, oggi più spesso dalle storie di un profilo che dal tavolino di un bar: il gesto è lo stesso, guardare senza essere visti. È il primo biglietto da visita di Ariete, uscito prima dei dischi d'oro, e l'audio ufficiale su YouTube ha superato il milione e mezzo di visualizzazioni.

Riascoltarla adesso, nell'anno di Tutti tornano a casa, è come aprire la prima pagina di un diario e trovarci già i temi che verranno: gli amori che non si incontrano, il coraggio che manca proprio all'ultimo momento. Poi si può passare alle altre canzoni di Ariete, per sentire quanta strada ha fatto quella timidezza.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • 28 agosto 2019
    Il video di Quel bar è uscito il 28 agosto 2019 sul canale YouTube di Ariete, due mesi e mezzo prima che il singolo arrivasse sulle piattaforme digitali, il 15 novembre 2019, per UMA Records. Testo e musica sono suoi, firmati con il nome all'anagrafe, Arianna Del Giaccio.
    Fonte: it.wikipedia.org
Comincia come si comincia una lettera a chi non ti conosce, o come si alza la mano il primo giorno in un'aula nuova. Ariete apre il suo primo brano con una formula di cortesia e un istante dopo la smonta. Mi colpisce che la prima cosa che dice di sé sia un nulla: una presentazione che si annulla mentre si fa, e in questo gesto c'è già tutta la canzone.
Ciao, mi presento, non sono niente per te
Ma se solo avessi un po' di forza, ti direi che
Quel "ti direi che" resta sospeso. La frase che dovrebbe seguire non arriva: al suo posto vengono dei vocalizzi, e poi un ritornello che non dichiara niente, fa solo domande. Io lo trovo il punto più onesto del brano. Più che una canzone d'amore, è una canzone sulla frase che non si riesce a pronunciare, e la musica copre il vuoto come si copre un silenzio imbarazzato con una risata.

Il bar, poi, non è un luogo descritto: niente bancone, niente insegna, niente città. È soltanto il posto in cui l'altra persona sta, ferma, mentre qualcuno la guarda. Mi è tornata in mente la Vita nova, dove Dante vive di un saluto di Beatrice e, quando lei glielo nega, ne fa il dolore di un libro intero. Qui il saluto non c'è nemmeno da negare. C'è uno sguardo che va in una sola direzione, e un ritornello che si chiude ogni volta sulla stessa constatazione: l'altro non guarda mai.

Quello che mi commuove di più, però, è l'elenco delle domande.
Vorrei proprio sapere quanti libri leggi, viaggi compi
Somiglia al questionario di Proust, quel gioco da salotto in cui si chiede a qualcuno cosa legge, cosa ama, cosa sogna. Solo che qui non c'è il salotto e non c'è la risposta. L'innamoramento prende la forma della curiosità: non pretende di essere ricambiato, chiede di conoscere. Mi pare un modo di voler bene meno possessivo di quanto sembri, perché si accontenta di immaginare la vita dell'altro invece di occuparla.

Dove mi convince meno è la seconda strofa. "Tra sette miliardi" è un'immagine che ho sentito in troppe canzoni, e lì il testo corre, come se dovesse riempire la misura prima di tornare al ritornello. Eppure anche in quei versi c'è un'idea che tiene: il caso come unico destino concesso a chi non ha il coraggio di fare il primo passo. Se non posso cambiare le cose, posso almeno credere che averti visto sia stato un regalo.

La canzone non dice mai chi sia l'altra persona né che aspetto abbia: c'è un tu e basta, e chi ascolta ci mette il suo. Alla fine resta quel "sapere" ripetuto quattro volte, che non è più una domanda rivolta a qualcuno ma quasi un'ostinazione. E io mi chiedo se chi canta voglia davvero attraversare quel bar, o se in fondo le basti restare sulla soglia, dove la persona amata può ancora essere tutto quello che si immagina.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

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