18 anni

di Ariete · 2020

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Un verso spiegato, ogni sera

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

La rimetto a fine giugno, nei giorni della maturità, quando chi ha appena finito la scuola deve scegliere tra un'università e niente di preciso. La canzone non dà risposte, e proprio per questo funziona: non promette un piano, lascia il diritto di non averne ancora uno. È il singolo che ha dato il nome al secondo EP di Ariete, certificato disco d'oro, e il video ufficiale ha superato i due milioni e mezzo di visualizzazioni.

Riascoltarla adesso ha un effetto in più. Quando l'ha pubblicata Ariete aveva davvero diciott'anni; nel 2026 è arrivato Tutti tornano a casa, il suo terzo album in studio. Chi la scopre oggi sente una ragazza che parla da dentro quell'età, non qualcuno che la ricorda da lontano, e tra le altre canzoni di Ariete si può seguire come quella voce è cambiata.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • 18 anni è prodotta da Drast, metà del duo Psicologi, con cui Ariete aveva appena cantato Tatuaggi; l'altra metà, Lil Kvneki, è ospite in Freddo, la seconda traccia dell'EP. Il video ufficiale, uscito sul canale di Bomba Dischi, è diretto da Giorgio Cassano e Bruno Raciti.
    Fonte: youtube.com
Prima del titolo, in questa canzone conta un giorno della settimana. "Che ci vogliamo fare?" è una domanda da venerdì: arriva sempre alla vigilia, quando il fine settimana è ancora tutto possibile e non è successo niente. Ho pensato subito al Sabato del villaggio, dove Leopardi dice che il giorno più bello è quello che aspetta la festa, non la festa. Ariete sposta la vigilia di un giorno e toglie anche la consolazione: la giovinezza come un venerdì che non diventa mai sabato.

La canzone è costruita su due pronomi. C'è un "hai diciott'anni" e c'è un "ho diciott'anni", due persone della stessa età che si guardano senza riconoscersi. Il tu non sa dove aggrapparsi, l'io dichiara di non essere come gli altri, e per un po' sembra la solita distanza tra chi si perde e chi si salva.
Ho diciott'anni e non sono come gli altri
Non cerco un'università, ma cerco di calmarmi
Il secondo verso però rovescia il primo. Chi si dice diverso non ha un progetto migliore, ha un'urgenza più piccola e più vera: calmarsi. A me questo scarto pare il cuore del brano. La diversità qui non è un vanto ma una fatica, e la frase che segue, "forse vivrò così", ha il tono di chi ha smesso di discutere con se stesso.

Poi c'è la grammatica, che in questa canzone lavora più delle immagini. Tutto è al condizionale o al futuro: se passassi di qua non mi dispiacerebbe, forse vivrò così, ci rivedremo. I viaggi in strada con gli amici restano un sogno perché, dice il testo con una precisione quasi comica, nessuno ha preso la patente. Il futuro c'è, ma nessuno ha le chiavi della macchina.

Dove la canzone mi convince meno è nell'elenco dei dettagli: il liceo classico e poi Belle Arti, le feste nei locali, gli amici più grandi. Sono veri, ma messi in fila somigliano a un profilo più che a una persona, e ho l'impressione che il brano li usi per farsi riconoscere in fretta. Si salva con un passaggio che amo: "tu invece" chiude una sezione e il ritornello riparte da "hai diciott'anni", come se la frase non riuscisse a finire e passasse la parola all'altra.

Ci rivedremo da grandi, quando saremo stanchi
È un appuntamento strano, fissato non a un'età ma a una condizione: la stanchezza. Come se diventare grandi volesse dire soltanto smettere di agitarsi, e solo allora i due pronomi potessero sedersi allo stesso tavolo. Poi arriva la riga più breve, quella che cambia tutto: se ci arriveremo. Il ritrovo è rimandato a un futuro che non è garantito, e la canzone non dice se lo teme o se lo spera.

Io non so decidere se quel "se" sia una paura detta piano o una scrollata di spalle. Leopardi alla fine consigliava al garzoncello di godersi l'attesa. Qui nessuno consiglia niente, e forse è più onesto così: resta un venerdì sera, una domanda ripetuta, e due ragazzi che si danno appuntamento senza sapere se saranno ancora loro a presentarsi.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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  1. Non sai con chi parlare, non sai di cosa farti
    da 18 anni, Ariete

    Il verso si regge su un verbo che in italiano ha due facce. "Farsi" di qualcosa vuol dire anche drogarsi, e la canzone lo sa; ma dentro la stessa riga c'è il senso più antico, quello di chi non sa che cosa fare di sé,...

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  2. Ricordare la scuola e ricordare le feste
    da 18 anni, Ariete

    A diciott'anni la scuola è appena finita, o non è finita ancora, eppure qui è già un ricordo. È una nostalgia anticipata, quella di chi si guarda vivere come se fosse già passato del tempo. Il verso è costruito come...

    Leggi la nota
  3. Ma dei tuoi problemi non ne parli
    da 18 anni, Ariete

    Arriva subito dopo gli amici più grandi con cui il tu esce, e il "ma" fa tutto il lavoro. La compagnia c'è, il rumore pure, quello che manca è la parola sulle cose vere. È un'osservazione detta senza rimprovero, quasi...

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  4. E che ci posso fare se non faccio per voi?
    da 18 anni, Ariete

    Fin qui la canzone parlava a un tu; ora compare un voi, quelli che hanno provato a cambiare chi canta. "Non fare per qualcuno" è un modo di dire quotidiano, si usa per un lavoro o una città che non ci somigliano....

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