Cervo a primavera

di Riccardo Cocciante · 1980

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

La riascolterei quando un cambiamento è già deciso, ma manca il coraggio di cominciarlo: prima di un trasloco, uscendo dall'ultimo giorno di un lavoro, o in una mattina in cui non è successo niente eppure si sente il bisogno di muoversi. Non le chiederei un consiglio. Mi piace che offra qualcosa da cantare prima di sapere cosa fare: una frase da provare a voce alta, anche se ancora non ci si crede.

Fra tante esortazioni a migliorarsi, io qui trovo una pausa dalla contabilità dei risultati. Non bisogna dimostrare di essere già cambiati per cantarla. La terrei per questo: il permesso di cominciare in modo imperfetto, senza aspettare di avere pronta una nuova versione di sé.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • Marco Borsato ha ripreso Cervo a primavera con il titolo Ik leef niet meer voor jou. Nei crediti della versione olandese compaiono Leo Driessen e Han Kooreneef, accanto agli autori originali Mogol e Riccardo Cocciante.
    Fonte: discogs.com
C'è un verso, a metà canzone, che mi ha fatto fermare: il narratore vuole rinascere "con penne e piume senza io". Non senza paura, non senza dolore: senza io. Tutti la cantiamo come un inno alla rinascita, e lo è, ma a guardarla da vicino la vita nuova che desidera è una vita con meno coscienza, non con di più.

Basta mettere in fila quello che chiede. Niente più da scordare, nessuna domanda da fare, diventare qualcuno che non può più fallire. E poi l'immagine che per me è la chiave di tutto:
Una pernice di montagna
Che vola eppur non sogna
Nelle canzoni volare e sognare sono quasi sinonimi. Qui vengono separati con cura, e il desiderio sta tutto da una parte: il volo sì, il sogno no. Chi sogna sa di non avere ancora quello che vuole. La pernice vola e basta, e per questo non le manca niente.

Mi è tornato in mente Leopardi, che nell'Elogio degli uccelli fa dire al suo filosofo solitario che vorrebbe, per un po' di tempo, essere trasformato in uccello, per provare la loro contentezza. E il pastore del Canto notturno invidia il gregge perché non conosce la noia. È la stessa invidia, credo: l'invidia per chi è felice senza saperlo. Leopardi la scrive con malinconia, sapendo che è impossibile. La canzone invece la canta a piena voce, con un ritmo che spinge in avanti, come se la metamorfosi fosse già cominciata.

Qui la canzone mi convince e insieme mi lascia un dubbio. L'ultima strofa promette di rinascere senza complessi e frustrazioni, con un ruolo definito, felice di essere nato. È un sogno di pace, ma anche di ordine: un posto preciso nel mondo, come l'animale che sa da sempre cosa deve fare. Detto da un uomo, suona come la stanchezza di dover decidere ogni giorno chi essere. Non so se sia una liberazione o una resa. Forse, a una certa età, le due cose si somigliano.

Poi c'è quell'amico a cui parla, "amico che mi sai capire", "amico caro amico mio". Gli animali che immagina non devono spiegarsi a nessuno. Il narratore vuole perdere l'io, ma intanto lo affida a qualcuno, lo racconta, chiede ascolto. Per dire che vuole smettere di essere un uomo deve parlare come un uomo, a un altro uomo. Ed è questo, secondo me, a tenerla lontana dalla favola: la rinascita è sempre al futuro, "rinascerò", ripetuto fin nella chiusa, e nel presente della canzone non arriva mai.

Forse il cervo, il gabbiano e la pernice non sono un programma ma un modo di respirare per quattro minuti. La rimettiamo a primavera, quando tutti un po' vorremmo ricominciare. Ma chi la canta, alla fine, resta con il suo io intero e con un amico a cui raccontarlo. Non so se sia il limite della canzone o il suo regalo.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Foto: Marcello Salustri (Mondadori Publishers), pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Frasi commentate

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  1. Gabbiano da scogliera
    da Cervo a primavera, Riccardo Cocciante

    Il gabbiano arriva subito dopo il cervo, con un "oppure" che a me dice molto: non importa quale animale, importa essere altrove. Il bosco a primavera o la roccia sul mare, purché lontano da qui. La scogliera, poi, è...

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  2. Con uno spazio da occupare
    da Cervo a primavera, Riccardo Cocciante

    Dopo tanta voglia di volare, un desiderio piccolissimo e concreto: un posto. Non conquistare il mondo, non cambiarlo, solo avere uno spazio che sia proprio. Nell'immagine che il narratore si costruisce, agli animali...

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  3. In una foglia o una castagna
    da Cervo a primavera, Riccardo Cocciante

    La rinascita scende di un gradino. Prima il cervo e gli uccelli, adesso una foglia o una castagna, cose che non corrono e non volano. La rima con montagna accosta immagini lontane, e mi piace dove porta: in una...

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  4. Come un eterno migratore
    da Cervo a primavera, Riccardo Cocciante

    Il migratore è un'immagine strana per chi cerca pace. Io lo immagino su una rotta che conosce, in viaggio verso un posto a cui tornare. Io ci leggo la libertà che la canzone immagina: non vagare senza meta, ma...

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