Banana republic, significato

di Dalla De Gregori
Significato della canzone Banana republic di Dalla De Gregori

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Cosa significa Banana Repulic?

Il termine viene usato in gergo politico e giornalistico per indicare uno stato, tendenzialmente del latino-america, corrotto e gestito da un’élite di potere di stampo oligarchico, spesso costituita in forma di repubblica solo formalmente, per garantire un volto di facciata nei confronti delle istituzioni internazionali.
Storicamente questo avveniva nel contesto del commercio delle banane, come attesta sia la genesi del nome avvenuta nei primi del Novecento e che si deve allo scrittore statunitense O. Henry, sia alcune vicende legate in particolare all’Honduras e al brand oggi conosciuto come Chiquita, che potete leggere qui.

Il termine è entrato in uso nel linguaggio comune per indicare una corruzione diffusa, di matrice tendenzialmente straniera, o dove la componente estera svolge un ruolo di primo piano ed è un termine che, nelle sue varianti (regno delle banane, per esempio) esiste in varie lingue.

Banana Republic è sia una notissima canzone di Francesco De Gregori, che il nome scelto da De Gregori e Dalla per un tour che rivoluzionò la concezione della fruizione della musica cantautorale in Italia. Era il 1979 e, da un’idea di De Gregori, lui e Dalla (insieme a Ron, in qualità di arrangiatore) si avventurarono infatti in un tour negli stadi italiani, location tutt’altro che scontata.

La storia di questa locuzione si intreccia a mio avviso non poco con il significato di questo testo. All'ascolto della canzone emergono parole morbide nei confronti di questi americani che sono espatriati in paesi esplicitamente tropicali, ma la cui nuova vita è intrisa di nostalgia e malinconia.

I due elementi creano un forte contrasto. Provo a spiegarmi: da un lato, a mio avviso, abbiamo l'accezione data al testo e determinata dal quadro complessivo in cui si inseriscono le storie sui migranti.

Dove cioè affiora il lato umano di questa generazione di adulti maschi che si trovavano in terra straniera per motivi di lavoro. Lontani da casa e alla ricerca di qualcosa che li potesse confortare, queste figure descritte da Banana Republic insistono sul motivo della nostalgia delle proprie radici. Questo potremo considerarlo un tratto che accomuna tutti i migranti, ma ad un tempo, intitolando in questo modo la canzone, mi sembra che si voglia porre l'accento in primis sull'altra faccia di questa migrazione, che è fatta di corruzione e sfruttamento, di territori e popoli altri.

Il motivo, nell'apparente allegria dei temi trattati crea dunque secondo me una gran tensione interna, che illumina lo scenario agghiacciante che si cela dietro a questa canzone che potremo forse, in fondo, definire d'amore, parlando lei di un cuore malato e sofferente, probabilmente per la distanza fisica con l'amata.
La mia interpretazione differisce da quanto leggerete dopo, se proseguirete con le interviste fatte a De Gregori.. ma in qualche modo mi suona strano che un titolo con così tanti riferimenti sia stato scelto da De Gregori e Dalla, così attenti alle parole, solo perchè conferiva al tutto un tocco di esotismo (oltre che, in aggiunta, ricalca in pieno l'originale Banana Republics).

Bello leggere direttamente le parole che Francesco De Gregori adopera per raccontarci la storia di come è nato il testo di Banana Republic.

Interessante questa lunga intervista rilasciata da De Gregori a Mario Luzzatto Fegiz in occasione della ristampa dell’omonimo album, in cui il cantautore spiega con le proprie parole il significato del testo Banana Republic:

Estate 1979. Dopo il successo della canzone in duetto “Ma come fanno i marinai” Lucio Dalla e Francesco De Gregori decidono di dar vita insieme a un tour negli stadi italiani. Da alcuni anni la musica negli stadi scarseggia.

Una serie di gravi incidenti avvenuti ai concerti o nelle immediate vicinanze fa si che le star straniere e quelle italiane disertino stadi e Palasport. Il tour “Banana Republic” si svolge in maniera ordinata e registra una affluenza di pubblico senza precedenti. Grazie a Dalla e De Gregori la musica ritorna negli stadi. Il disco “live” dell'evento viene pubblicato mentre il tour è ancora in corso e finisce ai primi posti delle classifiche. La RCA decide che l'album deve uscire in agosto. Gli operai degli stabilimenti di stampa di via Tiburtina salteranno le ferie.
Con Francesco De Gregori cerchiamo di ricostruire quella pazza estate degli anni Settanta.

“Banana Republic non nasce dal nulla. Con Lucio già da due o tre anni esisteva un contatto molto stretto dal punto di vista musicale, perché entrambi eravamo nati e cresciuti sotto lo stesso ombrello: prima nella casa discografica IT di Vincenzo Micocci dove anche Lucio bazzicava e dove io avevo inciso il mio primo disco, e poi alla RCA diretta da un grande professionista che si chiamava Ennio Melis. Io amavo molto la musica di Dalla che trovavo stimolante, molto innovativa e molto moderna (era il periodo in cui lui collaborava col poeta Roberto Roversi). Avevo grande attenzione per i testi e il modo di scrivere di Roversi. Era qualcosa di estremamente nuovo anche per me. Tutto questo mi spinse a entrare nel mondo poetico e musicale di Dalla e anche lui era molto curioso, attratto dal mio lavoro di giovanissimo cantautore della nuova leva”.

“Mi consideravo nuova leva non perché Dalla fosse molto più vecchio di me, in fondo c'erano solo sette anni di differenza, ma perché lui apparteneva a una generazione che si era fatta la gavetta, ovvero festival di Sanremo e Cantagiri, mentre io ero riuscito a pubblicare dischi seguendo un'altra onda, quella dei cantautori. Fra noi c'era reciproca stima, voglia di conoscerci e voglia di incrociare le voci, le penne e i talenti.

Quando un giorno Dalla venne a pranzo a casa mia insieme a Ron (cosa che avveniva abbastanza di frequente) mi feci trovare intento a scrivere la canzone “Ma come fanno i marinai”. Forse già mentre la pensavo ipotizzavo che, assieme a Lucio, sarebbe potuta diventare una cosa forte, importante e divertente. E lui la sentì, se ne innamorò, ci mise subito un bel riff di clarinetto all'inizio, aggiunse, cambiò, migliorò, la rese decisamente più “commestibile”, più adatta alle nostre due vocalità. E da questo 45 giri, registrato abbastanza in fretta, nacque quest'idea di fare un tour assieme. Un tour di cui in non avevo assolutamente valutato l'importanza a cominciare dai numeri.

Allora io lavoravo tenendo ben distinto l'elemento artistico dalla questione botteghino-incassi. Solo molto tempo dopo colsi il grande successo e longevità di questo disco che a distanza di decenni continua a essere importante non tanto come sacra reliquia, ma per il peso artistico di queste due teste unite. Due facce così diverse che riescono nel miracolo di rendere sostanziale la loro unione! Non c'è nessuna alchimia pensata a tavolino alla base di questo disco. Il pubblico lo ha percepito e si è lasciato attrarre”.

Nel disco i duetti veri e propri sono soltanto due.

“Si, tecnicamente erano due sole le canzoni che eseguivamo assieme, “Banana Republic” e “Ma come fanno i marinai”. Raramente le nostri voci sono insieme. In realtà il duetto non è solo somma di voci, ma condivisione di una atmosfera, di un palco, dare importanza a quello che sta facendo l'altro. Ciascuno restava sul palco quando cantava l'altro. Insomma, si avverte che c'è un’unione forte, una tensione comune”.

(fonte: De Gregori, Corriere della sera)


Il brano “Banana Republic” vero e proprio come nasce? Allegro e ironico, fa pensare a dei bancarottieri italiani in un resort di lusso a Santo Domingo o altra isola caraibica, un po’ annoiati e irritati...

“Esattamente quello. Non è una musica originale, è la traduzione di un pezzo di Steve Goodman che mio fratello, più noto come Luigi Grechi (quello de “Il bandito e il campione”) mi aveva fatto conoscere. Mi piacque molto e cominciai a tradurlo un po’ per gioco un po’ per allegria. Quando la tournée era ormai decisa, pensammo che ci sarebbe voluto un altro pezzo da condividere oltre ai “Marinai”. Io feci sentire a Lucio il brano, a lui piacque. Non solo lo mettemmo nella scaletta del concerto, ma quel titolo innescò uno strano processo di fascinazione cosicché Ennio Melis, direttore della RCA, uomo di grande istinto, ci consigliò di chiamare il tour come il brano appena realizzato. “Mica la vorrete chiamare “I marinai” che sa di vecchio?”. Ci disse di chiamarla Banana Republic “perché è curioso e non si capisce cos’è””.

Il ruolo di Ron?

“Sicuramente dei tre era il più attento alla calligrafia musicale del tutto, alla filosofia degli arrangiamenti, sempre pronto a mettere una toppa dove qualcosa sembrava scollarsi, il suo contributo era straordinariamente utile (fra l'altro suonava molto bene la chitarra). Lui ha lavorato più sulle cose di Lucio che sulle mie. I pezzi miei tipo “Bufalo Bill”, “Quattro cani”, “Santa Lucia”, sono nel mio sound anche se dentro Ron ci sta benissimo”.

Cosa significa, a distanza, aver vissuto questa avventura?

“Eravamo come in una bolla di inconsapevolezza o di “non cale”... Io non sentivo di aver avuto nessuna promozione rispetto ai concerti che facevo da solo, dove poi venivano anche 3-4 mila persone. Nulla a che vedere con le 50 mila persone che certe sere Banana Republic richiamava”.
8 giugno del 1979. In un servizio da Rimini in cui tu e Dalla lanciate l'operazione, io osservo che Milano non viene toccata dal tour. E maliziosamente azzardo delle ragioni: De Gregori era stato interrotto e insultato da membri dell'autonomia operaia qualche anno prima durante un concerto al Palalido, mentre Dalla si era beccato un bottiglia incendiaria durante un concerto nel cortile del Castello Sforzesco. “Non so se fu per questo. Forse furono gli organizzatori a non voler rischiare. Da parte mia certo nessuna ritorsione, rivalsa o voglia di punire una città per un episodio che riguardava una minoranza rissosa e rumorosa”.

Come sono stati scelti i brani?

“Decisero tutto i produttori Cremonini e Colombini. Io non misi becco. Lo sentii fatto e finito. Fu uno dei primi esempi di instant-disc”.

Siete entrati non solo nella storia della musica, ma anche in quella del costume. Riportaste la musica negli stadi.

“Non lo capii allora. Ero troppo concentrato sull'importanza e la bellezza di quello che facevo con Lucio Dalla. In un momento della mia vita artistica in cui avevo avuto anche grandi soddisfazioni da solo, salire quei quattro scalini che portano a un palcoscenico vero, conoscere a fondo un talento musicale come Dalla, beh, questo assorbiva completamente la mia attenzione, quello mi dava felicità. Non mi sono reso conto che era un evento di costume, ma l'ho capito dopo. Ma non è quello, è stato il fatto artistico... dopo decenni lo abbiamo rifatto con maggiore consapevolezza sia professionale che umana, partendo tutti e due da uno standard artistico migliore: la prova che questo stare insieme non era costruito sulla sabbia ma sulla roccia. Due artisti così lontani cosi poco definiti e definibili stavano sullo stesso palco cantando insieme, ma anche solo guardandosi creavano una temperatura diversa rispetto a quando operavano da soli. Questa è stata la cosa bella, la cosa che rimane”.

Qual è l'eredità artistica che ci lascia Lucio Dalla?

“E' stato un musicista travolgente, sconvolgente, imprevedibile, innovativo personale, con una scuola importante alle spalle, avendo suonato con personaggi di grandissima levatura. Quel che ci rimane è il prodotto, sono le canzoni che ha scritto, canzoni destinate ad essere letteratura per i giovani musicisti che verranno. Se vorranno essere sinceri e innovativi nella loro proposta artistica non potranno prescindere da Lucio Dalla”.

“Ho fatto, nella mia carriera, molti duetti e non voglio sminuirne l'importanza: Pino Daniele, Fiorella Mannoia, Ambrogio Sparagna e tanti altri e non li dimentico. Ma un rapporto così prolungato come quello avuto con Dalla è impensabile. Tant'è che a distanza di anni l'abbiamo riproposto e quel tour è ricordato come uno snodo fondamentale della musica italiana. Perché esiste il duetto che diverte te stesso e quello che diverte gli altri. E questo è il più raro”.

Sandro Colombini fu l'esperto che curò la registrazione e la pubblicazione di “Banana Republic”.

“La registrazione vera – ricorda – doveva avvenire allo stadio di Bologna. Dove piovve e il concerto fu annullato. Così ci dovemmo arrangiare col sonoro di alcune prove e altre registrazioni volanti catturate qua e là. Il registratore del pullman mobile non aveva piste sufficienti per catturare anche gli applausi del pubblico. Così la RCA, all'insaputa mia e degli artisti, decise di aggiungere degli applausi finti. Peccato che scelse applausi da calcio e non da concerto. Si sentiva che erano assolutamente finti e improbabili. Tanto che io e gli artisti mandammo una raccomandata alla RCA per diffidarla dal portare avanti questo scempio”.
Fonte: Corriere della Sera

Anche qui potete trovare utili informazioni su questa canzone e sull'album in generale.

Questa la versione originale della canzone, intitolata da Steve Goodman BANANA REPUBLICS:

E questo il testo:

Down to the Banana Republics, down to the tropical sun
Go the expatriated Americans, hopin' to find some fun
Some of them go for the sailing, caught by the lure of the sea
Tryin' to find what is ailing, livin' in the land of the free
Some of them are running from lovers, leaving no forwarding address
Some of them are running tons of ganja
Some are running from the I.R.S.Late at night you will find them
In the cheap hotels and bars
Hustling the senioritas while they dance beneath the stars
Spending those renegade pesos on a bottle of rum and a lime
Singin' give me some words I can dance to
Or a melody that rhymes
First you learn the native customs
soon a word of Spanish or twoYou know that you cannot trust them
'Cause they know they can't trust you
Expatriated Americans feelin' so all alone
Telling themselves the same lies
That they told themselves back home
Down to the Banana Republics, things aren't as warm as they seem
None of the natives are buying any second-hand American dreamsLate at night you will find them
In the cheap hotels and bars
Hustling the senioritas while they dance beneath the stars
Spending those renegade pesos on a bottle of rum and a lime
Singin' give me some words I can dance to
Or a melody that rhymes
Down to the Banana Republics, down to the tropical sun
Go the expatriated Americans hopin' to find some fun

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