Ci sono canzoni che si capiscono dall'ultima strofa, e questa è una di quelle. Fossati chiude ripetendo quasi parola per parola la strofa d'apertura: il taglio di luna, la fortuna di vivere adesso, il tempo sbandato, la notte che corre. Ma cambia tre cose, e vanno tutte nella stessa direzione. La fortuna, che all'inizio era quella di vivere adesso, alla fine diventa "la fortuna di chi vive adesso": non più un'esperienza che si attraversa, ma una condizione che si condivide con altri. Il futuro, che all'inizio arriva, alla fine viene. E soprattutto cambia la forma della frase: in apertura è una domanda lasciata a metà, "chissà se ha fiato", un dubbio sul futuro come su un corridore stanco; in chiusura il futuro viene "a darci fiato", e il respiro che gli chiedevamo diventa un beneficio per noi. Dal futuro che forse non ce la fa al futuro che ci aiuta: il soggetto della frase resta lo stesso, ma dentro adesso ci siamo noi. A me sembra che la canzone intera stia nel tragitto tra quei due versi, e che il tragitto sia più fragile di quanto il finale lasci credere.
In mezzo c'è una notte italiana fatta di cose piccole e un po' povere, dette senza disprezzo: il darsi da fare, il vino pagato da soli alla propria festa, un parcheggio che diventa la cima del mondo. Io me la immagino come un'Italia vista da una macchina ferma, non da una piazza. E lì dentro c'è il verso che mi colpisce di più: "io che cerco di copiare l'amore". Copiare, non fare. Come chi l'amore l'ha imparato dalle canzoni e dai film prima che dalla vita, e adesso che ce l'ha davanti si confonde, e non sa se a confonderlo sia l'altra persona o le proprie mani inesperte. È una confessione rara per un cantautore: ammettere di essere un imitatore proprio nel momento in cui si dovrebbe essere più sinceri.
Per questo, credo, la canzone insiste tanto sulla musica leggera. C'è chi in quel ritornello sente ironia, una presa di distanza dal pop che fa sognare a buon mercato. Io lo sento al contrario. Se l'amore si copia, la musica leggera è il quaderno da cui lo si copia, e allora non basta ascoltarla: "ma la dobbiamo imparare". È un dovere quasi scolastico, detto con tenerezza. Qui mi viene da fare un accostamento che è solo mio, e che Fossati non ha mai indicato: Paolo e Francesca nel quinto canto dell'Inferno, che si baciano mentre leggono un romanzo d'amore. Anche loro, a modo loro, copiavano l'amore da una pagina, e Dante, che pure li mette all'Inferno, davanti alla loro storia sviene di pietà. Lo dico come una suggestione di lettore, non come una chiave nascosta nella canzone; ma mi aiuta a sentire che qui non c'è nessun giudizio, e che la canzone sta dalla parte di chi copia.
Dove la canzone mi convince meno è la strofa dei biglietti senza ritorno e delle idee che vanno a morire: un elenco di perdite che potrebbe stare in molte canzoni di quegli anni, più generico del parcheggio e delle mani. Però si chiude su una canzone popolare che lascia muti, e lì Fossati torna preciso: anche la musica, a volte, invece di dare parole le toglie. È la stessa musica che poco dopo bisognerà imparare e cantare, e mi piace che la canzone tenga insieme le due cose senza scegliere.
Resta il finale. Il futuro che viene a darci fiato è una speranza vera o una formula per chiudere il cerchio? Forse la risposta sta un po' prima, nel pallone da toccare col piede nel vento che tocca il mare: un gesto da ragazzo, inutile e felice. Non so se basti a dare fiato a un futuro. So che la canzone, dopo averne dubitato, sceglie di crederci, e lo fa ripetendo quasi la stessa strofa con pochi ritocchi: una fortuna che diventa di tutti, un futuro che non arriva più ma viene, una domanda che si scioglie in un respiro dato a noi. Cambiare idea con poche parole, lasciando il resto com'era, è forse il modo più onesto di farlo.
A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.











