Fischia il vento

di Milva, Felice Cascione e Matvej Blanter · 1943

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Nel 2020 il rapper Izi ha messo il ritornello di Fischia il vento dentro Al Pacino, un brano del suo album Riot, e ha spiegato di averlo scelto perché da bambino quel canto era per lui "una sorta di ninna nanna". E a Milano, dal 23 aprile 2021, in piazzale delle Donne Partigiane c'è un monumento che si chiama proprio Fischia il vento: grandi campane tubolari che il vento muove, con incisi i nomi di battaglia delle partigiane.

Io credo che la si ascolti ancora per una ragione semplice: è una canzone su come si continua a camminare quando tutto è contro. Non serve aver fatto la guerra per riconoscere quel passo. Basta una mattina di freddo, un lavoro che non va, una strada più lunga del previsto, e la voglia di arrivare comunque.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • 6 gennaio 1944
    Fischia il vento fu cantata per la prima volta a Curenna, frazione di Vendone, nel Natale 1943, e in forma ufficiale ad Alto, nella piazza davanti alla chiesa, il giorno dell'Epifania del 1944. Tre settimane dopo, il 27 gennaio 1944, l'autore del testo Felice Cascione morì in uno scontro con i nazifascisti proprio ad Alto.
    Fonte: antiwarsongs.org
Mi ha sempre colpito che quello che fu forse il canto più cantato dai partigiani cominci con un bollettino del tempo. Nel primo verso non c'è un nemico, non c'è un'arma, non c'è nemmeno una persona: c'è il vento, e c'è la neve che gira.

Fischia il vento e infuria la bufera
Il canto prese la sua forma nell'inverno del 1943, tra i partigiani di una banda ligure accampata in montagna, e la bufera prima di essere una metafora era freddo vero. Ma la canzone fa una cosa più sottile: mette la guerra dentro il giro delle stagioni. L'occupazione è l'inverno, la libertà è la primavera, e l'inverno per definizione finisce. È un canto di guerra che ragiona come un contadino: non promette di vincere una battaglia, promette che il tempo cambierà. Anche di notte, a orientare chi cammina, non c'è un comandante ma il cielo, le stelle.

Infatti l'ultima strofa riprende la prima e la rovescia, quasi parola per parola:
Cessa il vento, calma è la bufera
Tutta la storia sta tra due bollettini, quello della tempesta e quello del sereno. In mezzo non ci sono eroi con un nome. Penso spesso a un ragazzo di vent'anni che entrò in quella stessa formazione dopo la morte di chi l'aveva guidata, Felice Cascione, l'autore del testo: si chiamava Italo Calvino. Quando qualche anno dopo raccontò i partigiani della Liguria nel Sentiero dei nidi di ragno, scelse gli occhi di un bambino e uomini tutt'altro che esemplari. Mi sembra una parentela: anche Fischia il vento è una canzone senza protagonisti, dove il coro dice "noi" in due soli momenti: quando la morte può coglierlo e quando torna a casa.

Dove mi convince meno è la terza strofa, quella in cui "dura vendetta verrà dal partigian" e il nemico diventa "vile e traditor". È l'unico punto in cui il vento smette di soffiare e parla il rancore. Non me la sento di toglierla né di addolcirla: sono parole scritte da gente braccata, in mesi in cui si moriva davvero. Ma è anche il momento in cui la canzone smette di parlare a tutti e torna a essere di una parte, dentro la guerra civile. Le stagioni sono di tutti; la vendetta no.

Resta la domanda che la prima strofa lascia aperta: dove sorge, esattamente, il "sol dell'avvenir"? L'ultima strofa risponde con un "al fin liberi siam", ed è una risposta datata, quella della primavera del 1945. Eppure quando la si canta oggi non ci si ferma alla bandiera che sventola: si ricomincia sempre dalla bufera. Non so se questo sia un limite della canzone o il suo modo di restare vera. Forse un canto che parla del tempo atmosferico sa che il sereno non è mai definitivo.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Testo

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Fischia il vento e infuria la bufera,
scarpe rotte e pur bisogna andar
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell'avvenir.
a conquistare la rossa primavera
dove sorge il sol dell'avvenir.

Ogni contrada è patria del ribelle,
ogni donna a lui dona un sospir,
nella notte lo guidano le stelle,
forte il cuor e il braccio nel colpir.
nella notte lo guidano le stelle,
forte il cuor e il braccio nel colpir.

Se ci coglie la crudele morte,
dura vendetta verrà dal partigian;
ormai sicura è già la dura sorte
del fascista vile e traditor.
ormai sicura è già la dura sorte
del fascista vile e traditor.

Cessa il vento, calma è la bufera,
torna a casa il fiero partigian,
sventolando la rossa sua bandiera;
vittoriosi, al fin liberi siam!
sventolando la rossa sua bandiera;
vittoriosi, al fin liberi siam!

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