Lettera

di Francesco Guccini
Significato della canzone Lettera di Francesco Guccini
  • Richiesto da Alessandro
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“È stata scritta oramai molti anni fa da Francesco Guccini, indirizzata ad un suo amico morto da poco. Il suo amico si chiamava Franco Fortunato Gilberto Augusto Bonvicini, e per quel suo nome chilometrico pensò bene di farsi semplicemente chiamare Bonvi. Dalle nostre parti, in quelle contrade d'Emilia e di Toscana che un tempo furono l'Italia Rossa, è un vezzo consueto quello di abbreviarci il cognome” si legge in https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=10606 e prosegue narrando come l’espediente che diede origine a questa canzone di Guccini il suo rincasare dal funerale dell’amico, morto mentre si stava recando al Roxy Bar (condotto da Red Ronnie) per vendere alcune sue tavole.
E lo stesso Guccini definì questa la sua ULTIMA canzone, ultima perchè apice della sua scrittura, capolavoro.

Questa la storia, la triste storia, che si cela tra le fitte maglie di questo brano, il cui significato come spesso accade si intreccia tra storia, ragioni per cui è stata scritta e orecchio di chi l’ascolta.

Ecco che a me giunge per uno strano gioco di rimbalzi, attraverso la citazione presente alla fine di S.U.N.S.H.I.N.E. Io che in adolescenza Guccini l’ho pure ascoltato e visto, icona di noi bravi giovani simpatizzanti per un’estetica di sinistra, braga di velluto e Clarks consumate ai piedi.
Eppure il suo capolavoro mi era completamente sfuggito.

Questa canzone viene per la prima volta inserita nell’album "D'amore, di morte e di altre sciocchezze nel 1996.

Il testo racconta del susseguirsi delle stagioni, metafora chiara della vita che prosegue attraverso tutta una serie di segnali della natura e dell’essere umano. Il rifiorire dei ciliegi, il ricoprirsi di neve dei pioppi è così accostato al frastuono di una televisione accesa o alla sonnolenza dei gatti.
A questo avvicendarsi di situazioni sempre uguali, che nella ripetizione scandiscono il tranquillo procedere di un’esistenza fa però da contrappunto l’eco di un desiderio forte, che si impone sotto le acque quiete della quotidianità. E’ il desiderio di quello che non c’è (che non c’è ancora o che è oramai passato) e che assume sempre una fisionomia affascinante, allettante, più suadente di tutto il presente tangibile.

Risbocciano i fiori come gli ideali, nuovi slanci per disegnare un mondo differente, un mondo che in fondo rimane sempre l’uguale consueto ingorgo. Rattrista la percezione che si tratti sempre e solo di sogni, di una sete mai appagata che non trova il suo sbocco nella realtà, ma contribuisca semplicemente ad alimentare vane fantasie che non corrisponderanno mai al mondo nella sua concretezza.

Trascorrono gli anni e si invecchia senza che questi slanci giovanili incontrino mai una loro forma visibile e allora tutto si confonde, il ricordo stesso s’intesse al sogno e non è più possibile distinguerli.
Cosa sarà mai accaduto davvero?
Cos’è stato solo un anelito rimasto sospeso tra la mente il cuore?
Quel desiderio che ardiva e animava la gioventù trova ora nel tempo il suo più acerrimo nemico e la spinta alla realizzazione diventa una sorta di corsa priva di senso ** Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa, l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita, il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa...che chiami…vita...**.

Un urlo tenero quanto disperato, questo il significato che mi pare emerga, al di là di un’esegesi del testo. Qui Guccini secondo me canta l’incapacità di una generazione di accettare la vanificazione di tante lotte, dissolte nel vento e mai tradotte in azioni sociali.

Una generazione che ha visto frustrati i propri ideali, ridotti in frantumi di fronte al fallimento di una politica che non ha saputo rispondere con altrettanta levatura e così ridimensionati alla stregua di chimere che non hanno più luogo e consistenza..

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