Tanto pe' cantà

di Nino Manfredi, Ettore Petrolini e Alberto Simeoni · 1932

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

A più di novant'anni dalla nascita, questa canzone passa ancora di voce in voce, anche tra chi canta tutt'altro. Nel 2009 Tiziano Ferro l'ha cantata allo Stadio Olimpico di Roma, e nel DVD Alla mia età Live in Rome è l'ultima traccia, l'unica non firmata da lui: il congedo da Roma lo affida a Petrolini.

E non è un caso isolato: dopo Manfredi l'hanno ripresa cantanti come Gabriella Ferri e Claudio Baglioni, ma anche attori e comici come Gigi Proietti, Enrico Brignano, Paolo Bonolis con Luca Laurenti. Io credo che resista per il motivo che dichiara lei stessa: non chiede una bella voce, chiede solo voglia di cantare, e chi sale su un palco senza essere un cantante la sente subito sua.

Dante · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • 26 febbraio 1970
    Nino Manfredi la cantò fuori gara al Festival di Sanremo il 26 febbraio 1970, alla fine della prima serata: fu il primo ospite nella storia del Festival a cantare fuori concorso. Lo spartito, che si credeva perduto, lo aveva ritrovato con Luigi Magni dalla nipote di Petrolini. Il 45 giri arrivò al quarto posto nella classifica di Musica e dischi.
    Fonte: en.wikipedia.org
Tanto pe' cantà si presenta come la canzone più innocua del mondo, e lo dichiara lei stessa prima ancora di cominciare. Io vorrei prenderla in parola e fare proprio quello che sconsiglia: leggerla come un enigma. Perché una canzone che insiste tanto a dire di non valere niente, di solito, sta nascondendo qualcosa.

Il parlato iniziale è una fila di negazioni:
È una canzone senza titolo
e poi niente di straordinario, roba "der paese nostro" (del nostro paese), una cosa che "se po' cantà pure senza voce", che si può cantare anche senza voce. Petrolini la cantava con quella sua voce nasale che faceva il verso ai cantanti seri e impegnati, quelli che sopportava poco. È la prima chiave, la più evidente: una parodia della canzone solenne, un antidoto alla romanza. "Nun serve a fa 'na serenata", appunto.

Ma c'è una seconda chiave, e a me pare quella vera. Petrolini la ideò mentre era costretto a letto da mesi per un'angina pectoris che lo aveva colpito in scena, e che pochi anni dopo lo avrebbe portato alla morte. Con questo fatto in mente rileggo il parlato, e la battuta da osteria cambia peso:
Quanno c'è 'a salute c'è tutto
"Quando c'è la salute c'è tutto" lo dicono tutti, è quasi un proverbio. Detto da un uomo con il cuore malato non è più un luogo comune: è un augurio fatto a se stesso, sottovoce, mentre il pubblico ride.

Da qui in avanti io seguo una traccia sola, e la trovo dappertutto: il cuore e il petto tornano in ogni strofa. C'è il "core cantatore" del tramonto, c'è il ritornello con il "friccico ner core" e il fiore che "ner petto" gli nasce, e nella seconda strofa ci sono le canzoni di Roma cantate "co' 'na smania drento ar petto", con un'agitazione dentro il petto. Sono le parole dell'innamorato, ma somigliano molto, alla lettera, a quello che sente chi ha il cuore che non va. Secondo me Petrolini gioca proprio su questo doppio fondo: il pubblico sente un cuore che batte d'amore, lui sa che è il cuore che gli fa male.

Lo stesso succede con la voce. "La voce è poca ma 'ntonata", e più avanti:
Io nun ve canto a voce piena
ma tutta l'anima è serena
"Nun ve canto" è "non vi canto". Un attore che aveva vissuto di voce e di fiato ammette di non averne più abbastanza, e lo trasforma in uno stile. È qui che vedo l'autoironia come forma di coraggio: ridere della propria debolezza prima che lo faccia qualcun altro.

Dove non sono sicuro è la fine del ritornello, con il primo amore che sospirava alle sue canzoni e "m'arintontoniva de bucie", mi stordiva di bugie. Può essere soltanto il vecchio tema dell'amore bugiardo, caro a Petrolini. Ma mi chiedo se la bugia più grande non sia quella della canzone intera, che ripete "tanto pe' cantà", solo per cantare, mentre canta per restare in piedi, e per tornare davanti al pubblico che lo aveva aspettato.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Testo

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È una canzone senza titolo,
tanto pe' cantà, pe' fa quarche cosa.
Non è gnente de straordinario,
è robba der paese nostro
che se po' cantà pure senza voce,
basta 'a salute.
Quanno c'è 'a salute c'è tutto,
basta 'a salute e un par de scarpe nove
poi girà tutto er monno...
e m'a accompagno da me.

Pe' fa la vita meno amara
me so' comprato 'sta chitara
e quanno er sole scenne e more
me sento 'n core cantatore.
La voce è poca ma 'ntonata
nun serve a fa 'na serenata
ma solamente a fa 'n maniera
de famme un sogno a prima sera...

Tanto pe' cantà,
perché me sento un friccico ner core.
Tanto pe' sognà,
perché ner petto me ce naschi 'n fiore.
Fiore de lillà,
che m'ariporti verso er primo amore,

che sospirava le canzoni mie
e m'arintontoniva de bucie.

Canzoni belle e appassionate
che Roma mia m'aricordate,

cantate solo pe' dispetto
ma co' 'na smania drento ar petto.
Io nun ve canto a voce piena
ma tutta l'anima è serena
e quanno er cielo se scolora
de me nessuna se 'nnamora.

Tanto pe' cantà,
perché me sento un friccico ner core.
Tanto pe' sognà,
perché ner petto me ce naschi 'n fiore.
Fiore de lillà,
che m'ariporti verso er primo amore,
che sospirava le canzoni mie
e m'arintontoniva de bucie.

Tanto pe' cantà,
perché me sento un friccico ner core.
Tanto pe' sognà,
perché ner petto me ce naschi 'n fiore.
Fiore de lillà,
che m'ariporti verso er primo amore,
che sospirava le canzoni mie
e m'arintontoniva de bucie.

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