Lacreme napulitane

di Mario Merola · 1925

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

La riascolterei prima di una festa passata lontano, quando una videochiamata sembra insieme preziosa e insufficiente. Si può vedere una stanza sullo schermo senza poterci entrare: è questa distanza, per me, a rendere vicina la canzone. Sentirsi in contatto non significa sentirsi a casa, e Merola dà una voce a quella differenza.

La proporrei anche a chi rimane. Non per chiedergli di soffrire quanto chi parte, ma per suggerire un ascolto diverso: dietro una telefonata tranquilla può esserci qualcosa che non si riesce a dire. Ascoltarla dall'altra parte della distanza aiuta a non confondere il silenzio con l'indifferenza. È un motivo per tornarci che non dipende da un anniversario.

Ettore · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • Nel 1972 Mario Merola pubblicò Lacreme napulitane sul 45 giri Hello HR 9082, con Tatonno se nne va sul lato B. Nel 1981 fu protagonista del film Lacrime napulitane, diretto da Ciro Ippolito.
    Fonte: 45cat.com
Comincia con un saluto che mi fa immaginare una busta aperta sul tavolo. Un figlio prende la penna e scrive alla madre: io entro nella canzone da qui, dalla distanza tra chi manda quelle parole e chi le riceve.
Mia cara madre,
Sta pe' trasì Natale
"Trasì" vuol dire entrare: il Natale sta entrando in casa, come un ospite che bussa. E lui non c'è. Io credo che tutta la forza della canzone stia qui, nel fatto che non è un lamento ma una lettera, con le sue domande pratiche, le notizie dei figli, le raccomandazioni. Il dolore passa in mezzo alle cose di tutti i giorni, ed è per questo che fa così male.

Poi arriva il ritornello, e la lettera si apre, diventa un coro.
E nce ne costa lacreme 'st'America
A nuje, napulitane!
Qui l'io diventa un "nuje". Chi scrive smette di parlare per sé e parla per tutti quelli che riconoscono quella lontananza. E l'America ha un prezzo, e il prezzo si paga in lacrime: non in fatica, che pure c'è, ma in lontananza. Il pane guadagnato là è buono, ma è amaro, perché lo si mangia senza il cielo di casa.

La terza strofa è quella che a me fa più impressione. La madre gli ha scritto che la bambina, Assuntulella, chiama la mamma. Io la leggo così: la moglie se n'è andata anche lei, ha lasciato i figli ed è ancora lontana. E lui risponde con una frase sola, piena di orgoglio ferito:
Si 'e figlie vonno 'a mamma,
Facitela turnà chella "signora"!
In quel "signora" io sento disprezzo e una distanza che prima non c'era. In poche parole Libero Bovio mette dentro una famiglia spezzata due volte: dall'oceano e da un abbandono. Lui non torna, resta a lavorare per tutti, e per me la ferita diventa ancora più dura nel modo in cui si definisce.
I' sò carne 'e maciello, sò emigrante!
"Carne 'e maciello", carne da macello. Non c'è autocommiserazione: è una definizione, quasi un documento d'identità. Emigrante, qui, non è un mestiere ma una ferita, ed è la parola con cui la canzone finisce prima dell'ultimo ritornello.

A Merola affiderei proprio questa contraddizione: il figlio vuole essere presente a tavola, ma dice che non tornerà. Non prendo quella decisione per una prova di forza. Io ci leggo un uomo che si è imposto di continuare a lavorare e non sa più come uscire dal ruolo di chi provvede a tutti. È questo che mi resta: dare parole a chi è partito e non riesce a dirle, senza far finta che una lettera basti a riportarlo a casa.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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    da Lacreme napulitane, Mario Merola

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