Io ho in mente te

di Equipe 84 · 1966

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Un verso spiegato, ogni sera

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

La rimetterei quando siamo in compagnia e nessuno ha voglia di fare il cantante solista. Basta che uno cominci e gli altri possono entrare nei cori, anche senza conoscere tutte le parole. Non occorre esibirsi per partecipare: a me sembra una qualità preziosa, soprattutto quando una serata rischia di diventare una successione di persone che guardano il proprio telefono.

Nel disco dell'Equipe 84 il falsetto e le risposte delle voci lasciano spazio a questo gioco. Io la sceglierei anche fra persone di età diverse: chi la conosce guida, chi arriva per la prima volta può accodarsi. Una canzone da condividere, non da dimostrare di sapere. Non serve aver vissuto l'estate in cui uscì per trovare il proprio posto nel coro.

Ettore · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • Il 45 giri uscì con Resta sul lato A, ma il pubblico chiedeva Io ho in mente te e la Ricordi lo ristampò a lati invertiti. Con questo brano il gruppo vinse il girone dei complessi del Cantagiro 1966.
    Fonte: hitparadeitalia.it
Nell'estate del 1966, l'estate dei complessi beat, quel falsetto e quei cori davano a questa canzone un'aria da serata all'aperto. Pareva la cosa più allegra del mondo. Io, a riascoltarla adesso con le parole davanti, ci sento un ragazzo che non sta affatto bene: è la canzone di un pensiero che non se ne va, e lui le prova tutte per mandarlo via.

Basta guardare il titolo: due pronomi e un verbo, io e te, nient'altro. La canzone resta fedele a quel titolo fino all'ultima nota. Di lei non sappiamo niente: non ha un nome, non ha un viso, non dice una parola, non sappiamo nemmeno se c'è stata davvero una storia o se lui l'ha soltanto vista passare. È una presenza senza volto. Chi canta non descrive lei, descrive la propria testa occupata.

Quello che c'è, invece, è la giornata di lui. Si sveglia, esce, cammina, va al lavoro. Ed è lì che la canzone, secondo me, dice la cosa più vera.
Io lavoro più forte
Ma ho in mente te
Non è l'innamorato che sospira alla finestra. È uno che fa quello che si faceva allora e che tanti fanno ancora: si butta nel lavoro per non pensare. L'ho sempre sentito come il verso di un ragazzo che lavora, non di uno studente in vacanza. E il trucco non funziona: quel "ma" arriva puntuale.

C'è un dettaglio che cambia il modo di sentirla. Nella versione inglese cantata da Crispian St. Peters, su parole di Sylvia Fricker, chi canta elenca i suoi guai, le preoccupazioni, le ferite da curare. Mogol quelle parole le ha tolte e al loro posto ha messo un orologio: ogni mattina, ogni sera, ogni notte. A me pare una scelta finissima. Il dolore diventa abitudine, scandito dalle ore come un turno in fabbrica, e proprio per questo fa più effetto: non c'è una ferita da raccontare, c'è una giornata intera che gira intorno a una persona.

E poi c'è il verso che per me è il cuore di tutto, quello che si canta in fretta prima di ripartire.
Non voglio pensar ma poi ti penso
Chiunque abbia avuto vent'anni lo conosce: la decisione presa la sera e smentita un minuto dopo. Non c'è lotta, non c'è dramma, c'è una resa quasi sorridente. E infatti la canzone non si chiude: torna esattamente da dove era partita, al risveglio, agli occhi che si aprono e al primo pensiero della giornata. Non c'è una via d'uscita, c'è un cerchio.

Per questo mi piace pensare che l'allegria del suono non tradisca le parole, ma ne sia il segreto. Si canta forte, tutti insieme, proprio quello che non si riesce a scacciare. Chi la intona oggi intorno a un fuoco, magari senza farci caso, sta confessando davanti a tutti un pensiero fisso. E lo fa ridendo, che forse è il modo migliore di portarselo dietro.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

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Foto: Manuel M, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Frasi commentate

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