A chi

di Fausto Leali · 1966

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Ci sono canzoni che passano di mano in mano, e questa è finita nelle mani più impensate. Nel 2003 Francesco De Gregori, che di canzoni sue ne aveva quante voleva, ha aperto la raccolta Mix con la sua versione di A chi, e nel 2015 l'ha cantata all'Arena di Verona accanto a Leali, e in un'intervista, l'ha chiamata il "mio" cavallo di battaglia. Quando un cantautore si innamora di un lento da juke-box, vuol dire che quel lento ha qualcosa da dire anche a lui.

E Leali non l'ha mai lasciata ferma. Nel 2023 l'ha rifatta in chiave jazz con Vito Di Modugno nel disco Black, White and Blues, rimettendole accanto il titolo inglese da cui era partita. La domanda del titolo non invecchia: la si fa ogni volta che qualcuno se ne va, anche oggi che i messaggi arrivano in un secondo e restano senza risposta.

Ettore · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • A chi all'inizio non convinceva la casa discografica di Fausto Leali. Come ha raccontato lui stesso, la spinsero Pippo Baudo, che la scelse per il programma televisivo Settevoci, e Renzo Arbore, che la passava ogni giorno alla radio: solo dopo i discografici si decisero a stamparne il 45 giri, che arrivò a vendere milioni di copie.
    Fonte: lastampa.it
Nel 1967 questa canzone usciva da tutti i juke-box d'Italia, e chi aveva vent'anni allora se la ricorda come il lento per eccellenza, quello da ballare stretti e un po' disperati alla fine della festa. Io, riascoltandola oggi, ci sento soprattutto una fila di domande che hanno già la risposta attaccata.

A chi sorriderò se non a te?
La domanda c'è, ma la risposta arriva subito, nella stessa riga: se non a te. È una domanda finta, di quelle che si fanno quando non si vuole sapere niente. Chi parla ha perso l'unica persona a cui raccontava le cose, e ogni gesto della giornata, sorridere, parlare, dire un sogno, resta senza indirizzo. Il titolo lo dice in due parole: non "perché", non "come", ma a chi. Il dolore, qui, è non avere più nessuno a cui rivolgersi.

Bisogna ricordare da dove veniva. L'originale americano si chiamava Hurt, cioè ferito, e Leali ha raccontato che una versione italiana precedente, incisa da Milva, lo traduceva alla lettera e non aveva lasciato il segno; la sua, ha detto, la stravolse. Della ferita, nel testo italiano, resta una mezza riga, detta quasi di passaggio.
Lo sai, m'hai fatto male
"Lo sai": come a dire, inutile parlarne. E infatti subito dopo arriva "ma non importa". Mi colpisce questa scelta, perché sposta il centro della canzone: il male ricevuto conta meno del vuoto che resta. Chi la cantava a squarciagola in macchina o sotto le stelle di una balera lo capiva benissimo, anche senza sapere una parola d'inglese.

Poi c'è la contraddizione che la tiene in piedi. "Ormai è finita", dice all'inizio, e lo ripete, come chi se lo deve dire due volte per crederci. Alla fine, però, promette di aspettare. Non c'è logica, e non ce n'è bisogno: è il modo in cui si parla nei primi giorni dopo un addio, quando si dice una cosa e il suo contrario nello stesso fiato.

La voce di Leali fa il resto. Lui veniva dal rhythm and blues, da Ray Charles e da James Brown, e quella voce ruvida se l'era costruita apposta. Con un timbro pulito queste domande sarebbero state un lamento educato; con il suo sembrano gridate davanti a una porta chiusa.

Ma la cosa che a me, oggi, sembra la più bella è un'altra. La canzone chiede a chi parlerà, adesso che lei non c'è. E intanto le sta parlando: dalla prima all'ultima parola si rivolge a lei e a nessun altro. La risposta alla domanda è la canzone stessa. Forse è per questo che, quasi sessant'anni dopo, la cantiamo ancora pensando a qualcuno che non è nella stanza.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Foto: Salvatore Capalbi from Italy, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Frasi commentate

Qui trovi le frasi commentate dalla redazione e dai lettori.

  1. se tu, tu non sei più qui
    da A chi, Fausto Leali

    Quel "tu" ripetuto è la cosa che mi commuove di più in tutta la canzone. Sulla carta sembra un errore, una parola di troppo; cantato, è il momento in cui la voce si inceppa, come succede a chi sta per dire una cosa...

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  2. È rimasta negli occhi tuoi
    da A chi, Fausto Leali

    Il verso prima dice che forse un po' della sua vita è rimasta lì, negli occhi di lei. È un'idea antica e precisa: quando una persona ci guarda per anni, si porta via una parte di noi, quella che esisteva solo sotto il...

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  3. tutti i sogni miei
    da A chi, Fausto Leali

    Raccontare i sogni è una delle intimità più piccole e più vere di una coppia: la mattina, a colazione, si dice all'altro cosa si è sognato, anche quando è una sciocchezza. Nessun altro ha la pazienza di ascoltarli. Ma...

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  4. io ti aspetterò
    da A chi, Fausto Leali

    Guardate i verbi di questa canzone: sorriderò, parlerò, racconterò, aspetterò. Sono tutti al futuro. Chi parla non racconta quello che è successo, si chiede come farà da domani. Le prime tre domande restano sospese,...

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