Il Canto degli Italiani

di Goffredo Mameli e Michele Novaro · 1847

1 interpretazione, 4 annotazioni.

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Perché l'ascoltiamo ancora oggi

Oggi l'inno vive soprattutto dove si sta in piedi tutti insieme: le partite della Nazionale, le cerimonie, le piazze del 2 giugno. Il 6 febbraio 2026, all'apertura delle Olimpiadi invernali a San Siro, l'ha cantato Laura Pausini, accompagnata a distanza da un coro collegato da Cortina: una voce pop e un coro di montagna sulla stessa melodia del 1847.

E si discute ancora di una sillaba. Il "Sì!" alla fine del ritornello non è di Mameli ma di Novaro, e dal dicembre 2025 nelle cerimonie militari non si pronuncia più. A me sembra il segno che questa canzone non è un monumento: la gente ci tiene abbastanza da litigare su come si canta.

Airoldo · A cura della Redazione ·

Fatti e curiosità

  • 12 ottobre 1946
    Il 12 ottobre 1946 il Consiglio dei Ministri presieduto da Alcide De Gasperi decise di adottare "provvisoriamente" l'Inno di Mameli come inno nazionale della Repubblica. Il riconoscimento definitivo del testo di Mameli e dello spartito di Novaro è arrivato solo con la legge 4 dicembre 2017, n. 181.
    Fonte: presidenza.governo.it
Un inno nazionale che comincia con una domanda. Ci ho pensato tardi, come succede con le cose imparate da bambini: per anni "Fratelli d'Italia" è stato per me un blocco unico, una frase da attaccare in piedi, a scuola o allo stadio. Poi, rileggendo per intero i versi di Goffredo Mameli, mi sono fermato sul punto interrogativo della prima strofa: dov'è la vittoria? Non "ecco la vittoria". Un ragazzo di vent'anni, nell'autunno del 1847, scrive il canto di un paese che ancora non esiste, e la prima cosa che fa è chiedere dove sia finita.

Il cuore della canzone, secondo me, sta però nella strofa che quasi nessuno canta.
Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
"Calpesti" vuol dire calpestati. È una confessione, prima che un grido: siamo stati umiliati perché non eravamo un popolo. Mi colpisce che l'inno di una nazione parta dalla sua debolezza, e che il rimedio proposto nella strofa seguente non sia una conquista ma due verbi quasi da canzone d'amore, uniamoci e amiamoci. L'unità, qui, è un desiderio e non un dato. Noi la cantiamo come la festa di qualcosa che c'è; Mameli la scriveva come una promessa, senza sapere se qualcuno ci avrebbe creduto.

Mi torna in mente Leopardi, la canzone All'Italia del 1818: lì l'Italia è una donna bellissima con le braccia in catene, seduta per terra, che piange col viso tra le ginocchia. Trent'anni dopo Mameli prende la stessa figura femminile e la fa alzare. Nella sesta strofa, quella che riprende la prima, lo dice senza giri di parole:
Evviva l'Italia,
Dal sonno s'è desta,
Non è più una prigioniera da compatire: si è svegliata e si è messa un elmo in testa. Tra le due poesie passa una generazione intera, quella che smette di piangere sull'Italia e comincia a pensarla.

Dove la canzone mi convince meno è nel ritornello, che pure è la parte che sappiamo tutti. "Siam pronti alla morte", scritto da un ventenne del 1847, ha un peso preciso: Mameli morì davvero, a ventun anni, nel 1849, per una ferita presa difendendo la Repubblica Romana. Cantato da una classe di bambini o da una squadra schierata a centrocampo diventa una formula, e una formula sulla morte mi mette sempre un po' a disagio. Non credo sia colpa del testo. È il destino degli inni: parole nate in un momento preciso e poi ripetute in tutti gli altri.

Resta il verbo che chiude ogni ritornello, "chiamò", al passato. L'Italia ha già chiamato; la risposta è affidata a chi canta. Ogni volta che lo sento in uno stadio mi chiedo quale sia oggi quella risposta, e se il "noi" della strofa dimenticata sia diventato davvero un popolo o resti, almeno in parte, una speranza.

A cura della redazione di Significato Canzone, a partire dalle fonti indicate. Non sei d'accordo o la leggi in un altro modo? Aggiungi la tua interpretazione.

Redazione
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Testo

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Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.

Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L'Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L'Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L'Italia chiamò.

Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano;
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,

Il suon d'ogni squilla
I vespri suonò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L'Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute;
Già l'aquila d'Austria
Le penne ha perdute;
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte,
L'Italia chiamò.

Evviva l'Italia,
Dal sonno s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.

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