"Inch'Allah" è il viaggio di un cantautore che parte per l'Oriente con l'idea di cantarne la bellezza e arriva a Gerusalemme, dove trova invece confini, filo spinato, donne in pericolo e bambini che tremano. Salvatore Adamo la scrisse nel 1966 come una canzone di pace. Il ritornello è tutto in una parola araba, "Inch'Allah", se Dio vuole: una speranza affidata al cielo, perché sulla terra nessuno sembra in grado di mantenerla.
Adamo è nato a Comiso nel 1943. Nel 1947 il padre emigrò in Belgio per lavorare nelle miniere della Vallonia e portò con sé il bambino: la famiglia si stabilì a Jemappes, vicino a Mons. Da lì, cantando in francese, Adamo diventò una stella già nei primi anni Sessanta, con "Sans toi ma mie" e poi "Tombe la neige".
- Il viaggio. Chi canta ha visto l'Oriente "dans son écrin", nel suo scrigno, e contava di cantarne in una quartina la luce al mondo. Poi vede Gerusalemme, "coquelicot sur un rocher", un papavero su una roccia: un fiore rosso e fragile, e chinandosi su di lui sente un requiem.
- La chiesetta e il cartello. Una piccola cappella mormora pace sulla terra, mentre gli uccelli coprono con le ali le lettere di fuoco di un avviso: "Danger frontière", pericolo, confine.
- L'acqua. Una donna, chiamata Maria Maddalena, va alla fontana a riempire il secchio. Il cantante le dice di fermarsi: per qualcuno il suo corpo vale meno dell'acqua. È l'immagine più dura della canzone.
- L'ulivo e la farfalla. L'ulivo piange la sua compagna sepolta sotto le macerie, in terra nemica; una farfalla posata sul filo spinato guarda una rosa. Adamo aggiunge che la gente è così senza testa da ripudiarlo, se osa dire queste cose.
- I bambini. Si rivolge a Dio, del cielo o dell'inferno: su questa terra d'Israele "il y a des enfants qui tremblent", ci sono bambini che tremano.
- Il finale. Il requiem diventa preciso: è per sei milioni di anime che non hanno un mausoleo di marmo e che, nonostante la sabbia, hanno fatto crescere sei milioni di alberi. È la memoria della Shoah, come se da quei morti fosse rinata la terra stessa.
Era il 1966 e un ragazzo partito bambino dalla Sicilia, figlio di un minatore, provava a mettere in una canzone leggera la paura per una guerra che stava arrivando. Quasi trent'anni dopo la riscrisse, nel momento in cui la pace sembrava più vicina. Ma quella parola araba, ripetuta come una preghiera in mezzo a immagini di Israele, dice ancora oggi la cosa più semplice: la pace non dipende da una parte sola.
- Cosa vuol dire Inch'Allah? È un'espressione araba, "se Dio vuole": lo stesso Adamo la tradusse così nel titolo della versione italiana.
- Perché fu censurata? Nel 1967 i paesi arabi la vietarono perché la consideravano filoisraeliana.
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