Fino a qui la voce parlava a un tu, un bambino appena arrivato al mondo. Con questo verso, almeno io lo leggo così, il bambino cambia volto: piccolo me, cioè chi canta quando era piccolo. Il benvenuto diventa una lettera spedita indietro nel tempo, a prima che la corsa cominciasse. Mi colpisce il maschile, piccolo e non piccola: forse è un modo per lasciare aperto il destinatario, perché ognuno ci senta il proprio sé bambino. E rende più amara la riga dopo, quella di chi ammette di non essere più in tempo.
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